“Tra Tevere e Senna. Per arte con amore” di Luigi Reina, letto da Dante Maffìa

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Perentoria e immediata mi è affiorata un’affermazione di Oscar Wilde leggendo questo romanzo di Luigi Reina (Tra Tevere e Senna. Per arte con amore, Aracne, 2017, pp. 208, Euro 12): “Non esistono libri belli o libri brutti, esistono libri scritti bene o scritti male”. E lo dico perché di solito i professori universitari, i titolari di cattedra di letteratura, sono “pallosi” e ampollosi quando si cimentano nella narrativa o nella poesia. Qui invece tutto è limpido, tutto è scritto con chiarezza, con il piacere della scrittura che si fa subito piacere della lettura.

Oltre a ciò, a me personalmente l’opera ha molto intrigato perché da decenni vado catalogando (sogno di ricavarne un libro importante e raffinato, nel solco di “ut pictura poiesis”) romanzi che abbiano per protagonista un pittore o un quadro.
Filippo Corsi è pittore, ha una perizia e un’abilità eccezionali nel copiare perfettamente le grandi opere del passato, i capolavori. Lo fa quasi per inerzia, ma poi ne consegue un ottimo guadagno, tanto che alcuni galleristi lo cercano per soddisfare i capricci dei ricchi avidi di possedere ciò che vive nei musei. Detta così la storia sembra una delle tante, e invece ha qualcosa di diverso dalla linearità apparente, perché Filippo in sé sente di essere un semplice esecutore di altre sensibilità e di altri fermenti che mortificano i suoi. Glielo fanno notare anche Lisa, anche Grete, anche Giulio, ma lui non riesce a svincolarsi facilmente dai modelli, come se un’ombra gigantesca offuscasse le sue qualità di artista e lo relegasse nella funzione di operaio, di artigiano dell’arte. A contribuire alla sua crisi c’è anche, dopo l’esperienza avuta con Grete, l’amore per Lisa che, nel mentre lo spinge ad essere se stesso, gli nega le effusioni e le immersioni totali, dicendogli di amarlo, ma di non poterlo amare fino in fondo… Una sorta di contraddizione che lo mette scomodo, che lo fa sentire menomato. Lisa è sposata e in fondo, pur ragionando per l’arte di lui con estrema disinvoltura, per quanto riguarda il loro rapporto è un chiusa in una rete di abitudini sociali, così come Filippo nella ripetizione dei modelli. Un amore slabbrato, con tensioni e cadute improvvise, con sfilacciamenti che diventano discussioni che portano il nostro pittore all’esasperazione, tanto che decide di trasferirsi da Roma a Parigi, dove incontra Claudine, un’amica di Lisa, anzi la psicologa di Lisa, che gli offre uno studio e anche una notte d’amore. Pardon, di sesso, come lei stessa specifica.

La bravura di Luigi Reina appare soprattutto sul versante della scrittura lievitata e precisa, affascinante e sempre puntuale nel saper entrare sia nella psicologia del protagonista, anzi dei protagonisti, e sia nelle descrizioni documentate di Roma e di Parigi che vengono “vissute” senza una sbavatura e senza la minima tentazione di fare cartolina. C’è di più, Reina mostra di conoscere il mondo dell’arte e la storia dell’arte, come un vero maestro che sa svincolarsi dagli approdi consueti per aprire nuovi scenari che portano nel vivo, nel palpito della creazione. Potremmo fare l’elenco dei pittori citati e di cui egli è riuscito a focalizzare la poetica sempre con piglio narrativo, evitando la “lezione”, che è sempre in agguato quando si parla di arte contemporanea. Reina ha il dono di saper trasformare emozioni e fatti in un ritmo narrativo che lascia col fiato sospeso, perché ha saputo creare un intreccio suggestivo tra vita e arte, anzi tra “La vita, l’arte, l’amore”, domandandosi di conseguenza se “potersi esprimere non è di per sé un atto miracoloso”.

Piace, del libro, la competenza con cui ogni argomento viene trattato: non ci sono approssimazioni, non ci sono vaghezze, Luigi Reina riesce a dare concretezza agli incontri lasciando un’orma in chi legge, abbeverandolo di una poesia che ha qualcosa di nuovo e di diverso da quella a cui siamo stati abituati negli ultimi anni. In questo modo il racconto si fa dolcissimo e il lettore riesce a stare accanto sia a Lisa e sia a Filippo, senza dispiacersi di come vanno i loro rapporti, grazie soprattutto al fatto che la svolta della vita avviene come naturale conquista esistenziale: “Sistemò una tela sul cavalletto e si accinse a definirvi il suo primo soggetto parigino: un grande arcobaleno su un collage pieghettato di vorticose sfumature in grigio e celeste. I cieli di Parigi”. Ha ragione Stefano Jacomuzzi a parlare di ”composizione musicale”, infatti ogni capitolo del romanzo è una sinfonia che coinvolge, che ci fa affacciare perfino su scomodi burroni e davanti a finestre di realtà quotidiana, ma ogni particolare è definito con un linguaggio che sa interpretare perfino le sfumature e le sottigliezze. Tanta umanità sta dietro ogni pagina, tanto amore per le arti, tanta perizia letteraria. Lo sottolineo perché da qualche anno il romanzo italiano è caduto nella miseria e nella sciattezza espressiva, e qui invece ha l’eleganza di una conoscenza linguistica di rara nobiltà.

Dante Maffìa

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