“Diario di un padre innamorato” di Marco Onofrio, letto da Giampaolo Cremonesi

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Prendete uno scrittore che ha già dato ottima prova di sé. Fatelo diventare padre. Pensate alla sua sensibilità di uomo che guarda il mondo con occhio da poeta, giacché la poesia è – in fondo – questione di sguardo. Aggiungete infine la sua capacità di usare le parole, la sua raffinata propensione a dosarle e disporle, da autore consumato, nei modi giusti per ottenere certi effetti, pur veicolando le emozioni con adesione e sincerità assolute. Mescolate il tutto con cura amorevole. Avrete così posto le condizioni da cui nasce Diario di un padre innamorato di Marco Onofrio (Città Nuova, 2016, pp. 88, Euro 8), ma non ancora spiegato il “miracolo” di un racconto che coinvolge e commuove i lettori di ogni età. Non è solo potente e ricca di significati la riflessione filosofica – e in certi tratti anche storica e sociologica – sulla genitorialità dal punto di vista paterno; ma è straordinaria la delicatezza con cui questo padre ricorda come lo è diventato, dall’annuncio della gravidanza ai primi tre anni della figlia. Il testo si sviluppa felicemente sulla falsariga di una “lettera aperta” che il padre scrive alla figlia, descrivendole ciò che un giorno le sarà prezioso conoscere: il tempo di attesa che ne ha preceduto la nascita e i primi difficili mesi che l’hanno succeduta. Sono episodi e stati d’animo indelebili, certo, ma al contempo fragili ed esposti al rischio dell’evanescenza. Il padre tiene questo diario anche per salvarli e offrirli a se stesso – grazie alla custodia della narrazione –, prima ancora che alla memoria futura della figlia. Quest’ultima è fatta oggetto personale di una comunicazione momentaneamente “cieca”, ovvero unilaterale, che appunto proietta la sua intelligenza oltre il presente della scrittura, verso l’avvenire: allorché ella sarà capace di comprendere ciò che ancora le è precluso, essendo troppo piccola al momento della stesura e della pubblicazione del testo. Ma il lettore, intanto, può assistere allo svelamento delle emozioni destinate alla figlia, che sono dette e scritte anche per lui. Il lettore anticipa la commozione futura della figlia, immedesimandosi in ciò che proverà quando sarà in grado di leggere e capire.

Per questo Diario di un padre innamorato è un libro universale, che quindi può piacere a tutti, dagli 8 agli 80 anni; non soltanto per la tematica, ma anche perché ha il merito di accoppiare la densità dei significati all’efficacia di un linguaggio chiaro, elegante, poetico, sempre funzionale al contenuto. A chiunque (figli, padri, madri, genitori in attesa, nonni) è dato modo di immaginare o ricordare che cosa si prova dinanzi al prodigio della nascita di un uomo. Occorre tuttavia sciogliere le resistenze e abbandonarsi al mistero bellissimo e infinito che si riverbera nell’apparizione di una nuova vita. “Solo la vista del cuore” permette di leggere tra le sillabe confuse dell’oltranza. È evidente, fin dalle prime righe del racconto, la forte dimensione spirituale a cui appartiene quest’opera – insieme dolcissima e tempestosa – di Marco Onofrio, che traspare man mano come un dialogo metafisico (attraverso circostanze tra le più prosaiche e quotidiane) con le dimensioni del vuoto da cui il figlio, incarnandosi, viene generato. La nascita di un bambino è il punto dell’universo dove l’invisibile si aggancia col visibile, e il cielo si riversa sulla terra, e una luce esplode, meravigliosa, come una bomba atomica di amore – una luce che non è di questo mondo. Diventare padre, infatti, è un “transito di luce”: Onofrio ci fa sentire come la consapevolezza metafisica della paternità sia, in definitiva, un aprire lo sguardo alla luce, un sentirsi parte del miracolo che palpita in tutte le cose, un prendere coscienza del divino che abita in noi. Vista così, la paternità assume i contorni di una rinascita spirituale, malgrado le paure e le ombre interiori – o forse proprio grazie ad esse – che un evento così totalizzante, e per certi versi traumatico, implica fin dal primissimo accenno. Onofrio rende credibile il racconto proprio perché non ne elude le tenebre e non ne dà un quadro edulcorato o banalmente idealizzato. Il confronto con i propri limiti e le proprie umane (nella fattispecie maschili) fragilità, comunica alle parole la spinta propulsiva per ergersi al di sopra degli acquitrini prodotti dallo scetticismo imperante – l’incapacità di credere, fidarsi e affidarsi – per cui oggi l’intelligenza è stoltamente confusa con l’astuzia, l’interesse con l’opportunismo, la violenza con la forza, il valore con il potere, etc. Marco Onofrio è uno scrittore robustamente etico (lo aveva già dimostrato col “poemetto di civile indignazione” Emporium, nel 2009) e ha la statura umana e creativa per contrapporsi, tra gli autori più ficcanti e rigorosi, alla deriva antiumanistica del mondo contemporaneo. A tale riguardo, si può senz’altro dire che scrivere Diario di un padre innamorato gli è servito anche per confermare la sincerità più autentica della sua vocazione letteraria.

Giampaolo Cremonesi

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