Poesia, musica, pittura e… il silenzio, di Luigi D’Alessio

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Il silenzio non esiste.

Lo capii quando entrai per la prima volta
nella camera anecoica dell’Università di Harvard,
dove solo lì è possibile ascoltare il silenzio.
Però udii due suoni, uno alto e uno basso.
Così domandai al tecnico perché
se la stanza era tanto a prova di suono
avevo udito due suoni. Mi rispose
che il suono alto era il mio sistema nervoso in funzione,
quello basso il mio sangue in circolazione.

Da lì John Cage ebbe l’idea e nacque 4’33’’:

una composizione per pianoforte divisa in tre movimenti.
Nella partitura scrisse “tacet”.
Come se il pianista avesse una lunga pausa
dall’inizio alla fine del pezzo, di appunto 4 minuti e 33 secondi.
Quattro minuti trentatre secondi, e l’intento
di riferirsi allo zero assoluto:
273 secondi/zero assoluto- 273,15 °C.

TACET.

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John Cage

Come si fa
a eseguire una composizione musicale che non esiste?
A non compiere un’azione nell’atto di compierla?
A rendere spazio il silenzio, in cui però
lo spazio è accettazione di suoni,
nel tempo prescritto di 4’33’’?

Da quella volta nella camera anecoica
ha risposto a queste tre domande con 5 lettere,
lasciando che l’assente musica sia provocata
dai rumori involontari dell’esecutore e del pubblico.
Toglie al silenzio la sua stessa parola di silenzio
con cui noi intendiamo il silenzio e di più,
non il silenzio come vuoto ma il pieno
dell’aleatorietà che gli offre la realtà palpitante e sottile.
Soffocata, prima che apparisse la parola silenzio.

Semplice e disarmante il genio.

Rende straordinaria l’applicazione della semplicità.

Con 4’33”, e una ironica, divertita e giocosa attesa del nulla,
ha aperto una provocazione e non solo.
Ha saputo esprimere quel nulla che in poesia
è la disposizione della parola nel verso e non solo:
da musicista si è misurato col trasformare
la propria arte in un concetto,
tenendo fede al compito dantesco
del nati non foste a viver come bruti.

Il suo amico e amante Robert Rauschenberg ascolta.
Ovvero assiste a 4’33’’. Poi si fa regalare un disegno
da Willem de Kooning e lo cancella.
È un atto indispensabile per ridonare al foglio la propria genesi.
Puro oggetto e basta ma non basta, perché nel foglio
c’è l’eco di ciò che esso possedeva e ora non più.
Ha la possibilità di mutare la cancellatura in “cancellazione”.
È un artista, basta un segno.

E irrompe lo zen della dimenticanza.

Eppure ascoltare di nuovo 4’33’’ è essenziale. Non basta.
Dipinge quadri bianchi per il ready-made dello spettatore.
Con l’ombra della sua sagoma dinanzi al quadro
occuperà quella che sarà un’opera d’arte.
È lo spettatore a imprimere una nuova opera:
dalla sua ombra alla tela. E se non lo spettatore
è la casualità di luci e ombre e riflessi e frammenti
a comporre ciò che l’artista ha lasciato alla realtà in divenire.
Gerundio, in un sé preciso e mutante.

Quadri bianchi. White Paintings.

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Robert Rauschenberg

Da quest’altra parte Giorgio Caproni. È un poeta.
dichiara che la parola può essere un limite,
e all’espressione aggiunge che il suo ideale
sarebbe stato scrivere poesie composte di una sola parola.

Bianca.

Nel verso dispone la parola
perché il vuoto si sostituisca allo spazio.
In quest’ultimo rigo c’è quello che noi tentiamo
senza l’arte o la poesia. Caparbiamente.
Il minatore che non sappiamo essere
della nostra sconosciuta interiorità.

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Giorgio Caproni

Riferimenti:
John Cage – musicista
Robert Rauschenberg – pittore
Giorgio Caproni – poeta

Luigi D’Alessio

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