“Fuga da Firenze” di Massimo Pacetti, letto da Plinio Perilli

pacetti

Gli olivi sembrano ciliegi…

Massimo Pacetti è romanziere del passato che torna, e di un futuro da cui ogni giorno ripartire, ma per cambiare:

«… Cambiare non è né rompere con ciò che si è o si è stati, né abbandonare tutto ciò che è il proprio passato, vissuto e amato. Cambiare è solo cambiare. È un’altra parte di se stessi che cerca qualcosa che ancora non ha avuto. E io volevo solo questo. …»

Storia di un continuo, quotidiano cambiamento, di una densa, ritemprante trasmutazione dell’anima, Fuga da Firenze (Roma, Lepisma, 2012, pp. 302, Euro 20), primo vero romanzo di Massimo Pacetti, dopo ottime prove poetiche e una raccolta anche buona di racconti, è in realtà la storia di una lunga fedeltà… Fedeltà alla sua terra, ai luoghi, alle radici emotive e anche etiche che essi incarnano; fedeltà, infine, a un sano, concreto idealismo di progresso e di fervore sociale… Dopo lunghi anni – decenni – spesi in fiere battaglie di legge e di costume nella politica, nel sindacato, nelle associazione d’agricoltura, nei presidi insomma del sociale e del progressismo organizzato, Massimo (che è stato giornalista impegnato, direttore e fondatore delle riviste “Dimensione Agricoltura” e “Nuovo diritto agrario”, nonché Consigliere Provinciale per la Provincia di Firenze, Consigliere del CNEL, Accademico dei Georgofili, etc.) ha trovato nella poesia la sua dechirichiana Musa Inquietante e la sua Piazza d’Italia, ma anche l’Enigma dell’Ora e il suo incontro di Ettore e Andromaca (ricordiamo almeno la vasta, caparbia silloge La risalita e l’ispirata plaquette Tempomassimo): cioè, la sua deriva metafisica, ispirata, sublimata, da una sapiente e sperimentatissima porzione di vero, umile e terrigna:

«… Era bello il luogo. Un acquitrino sopra uno stretto altipiano a metà collina, fra i cipressi e i lecci, e le querce giovani e i pruni e le bacche selvatiche. Era uno dei luoghi preferiti, di soggiorno, per le serpi. Fra i sassi e la melma umida. Il loro regno, appartato, poco frequentato, e con buoni insetti e roba simile da mangiare. Non faceva caldo e le vacche salivano lentamente in alto, senza alzare la testa dall’erba. …»

Romanzo di formazione, giudiziosa e qua e là impennata, affannata e rapìta educazione sentimentale, Fuga da Firenze ci consente di poter tornare – dopo anni maldestramente contemporanei di romanzi da aeroporto, o trame e tramette alla moda, clonate o immaginate, si direbbe, per sceneggiature di film sbilenchi o virtuali, finto-thriller erotici sprezzanti di moderno, liquidatori d’ogni antica, romantica passione – alla Letteratura come Vita di cui arringavano, favoleggiavano certi nobili intellettuali florentini d’aura “ermetica”, e che qui invece diventa immediata, brusca e schietta misura, cosa buona e giusta…

«… Ma dài! Per quattro ciliegie!
Ehhhhh! Sì.
Ma che stronzo, e che se ne fa di tutte quelle ciliegie che poi gli cadono sempre dall’albero.
Erano belle grosse, morbide e sode, rosso scuro violaceo, fresche, saporite, profumate e dolci: e mangiarsele sull’albero era qualcosa di sublime. …»

Radicale e radicato, il personaggio conduttore, l’Io narrante, Federico alias Massimo, si confessa e si svela, pensa ma nello stesso tempo, anzi prima ancora agisce – e ci tratta da amici, tutti noi, sia anonimi che fraterni lettori, aprendoci le sue bizze e il suo cuore, fierezze e malinconìe, ambizioni irredente e ogni sogno riposto, anzi portato in tasca, rabbioso e dolce, come i pugni in tasca di un bischero, eterno Rimbaud, viandante allo stesso modo di Giovinezza e di Storia, di timidi o poderosi innamoramenti – e dunque di poesia:

«… Iniziammo a salire la via delle “colline alte” scherzando e ridendo e toccandoci con le mani, prima timidamente e poi sempre più intensamente fin quando giungemmo alla fonte dei Seppi, bevemmo l’acqua fresca della sorgente, tolsi un plaid a quadri dalla cinquecento e ci distendemmo sul prato, vicino alla fonte dove l’acqua scorreva senza mai fermarsi neppure per un attimo; come le nostre mani, i nostri baci e i nostri corpi, giovani… E il sole che stava sorgendo ad est; nessuno lo guardò. Ma in quell’alba nessuno si sarebbe offeso per non essere stato guardato. …»

“Le bimbe”, “le ragazze”… La Morena, la Mariella, la Luana, la Lorena, l’Olivia, la Sara, la Serena… Pare d’esser tornati ai tempi in cui Carlo Cassola faceva romanzo con niente e con tutto: col quotidiano più dimesso, “subliminare”, col cuore arido o col cuore semplice (esattamente la poetica di un Flaubert!), con la sua Cècina o la sua Maremma che segnava invece il mondo di tutti, il meridiano di Greenwich di ognuno… Firenze – o meglio e molto di più, la Toscana – non la vedevamo così in spolvero, in orgogliosa e popolare bellezza, dalle stagioni più in auge di Vasco Pratolini; quando via del Corno e le Storie dei poveri amanti erano licenza poetica e retaggio appassionato:

«… Era ancora notte, e si rimisero in cammino. Egli intonò una canzone. La stessa ch’ella cantava sul viale allorché egli sbucò dal prato e la sorprese, e per la prima volta avevano imparato a conoscersi. Dopo la canzone della mimosa cantarono a lungo, camminando, lei attaccata colle sue braccia al braccio di lui, una canzone dopo l’altra, tutte le canzoni che sapevano. …»

Orgogliosa e popolare bellezza, dicevamo. Anche Massimo Pacetti non ha paura d’essere gente e di far parlare il suo popolo… E la sua storia dell’Io non perde mai di vista il Noi, il romanzo insomma degli Altri… Saga di sentimento e bilancio storico, vicende privatissime ma sempre in ambasciata (o ambascia) di tutti, perpetuando e onorando, come diceva Carlo Marx (Pasolini giovane ci intitolò un romanzo), Il sogno di una cosa… Orgogliosa e popolare bellezza hanno poetato Neruda e Lorca, Prévert e Quasimodo, Ungaretti e Rafael Alberti… E cantarono il loro pueblo da prìncipi di quel popolo. Massimo, se non principe è prima un paggio, poi uno scudiero, infine un cavaliere, del Popolo, magari con qualche macchia e molte paure!:

«… Ma che vuoi che ci sia da spiegare. Era una scemenza. Comunque andiamo a ballare in seicento, va, visto che ci siamo. Andiamo sul Lungarno dove si balla all’aperto; ad una festa di quelle dove ci si diverte davvero. Bel posto. Un po’ improvvisato, ma carino, con tanti palloncini e luci colorate. Non so che festa sia, ma non importa. Si balla e ci si diverte e all’una e mezzo di notte, tutti in seicento e si ritorna a casa. …»

Guai insomma a vergognarsi delle proprie radici d’humilitate, guai a non capire che non c’è idea o alta filosofia che mai possa permettersi di guardare con sufficienza l’esemplare, risolta perfezione d’ogni animale! Va narrando il Pacetti, in una delle sue pagine più felici:

«… È un attimo, davanti alla pozzanghera della fonte, dove si era formato uno spesso velo di ghiaccio, una nuvola di neve si solleva e quattro daini, splendidi; il maschio e la femmina e due piccoli si lanciano vertiginosamente fra gli alberi. (…) La mia terra mi ha salutato, mi ha accolto e si è ricordata di me. Bello, davvero commovente. Sono stupidaggini; penso. Ma che cavolo mi prende adesso. Pure ai segni del cielo e alle magie adesso mi metto a credere. …»

Ma ecco, si parva licet, che la morale e la poesia di popolo di Pacetti non si stanca mai, in realtà, di camminare e di evolversi, di salire e scendere (i suoi invernali, innevati, i picchi d’appennino, le sue verdi valli morose di primavera – ma anche tante agrodolci, pungenti o buffe vicende esistenziali, epocali), di avventurarsi dentro la propria terra e la propria anima:

«… La neve ecco, sì, la neve; fra la neve, con la neve, quando tutto è coperto: era questo il giorno. Quando niente è come si deve nella normalità. Nemmeno i rumori sono uguali. Gli olivi sembrano ciliegi. Se li raggiunge un po’ di sole hanno anche gli stessi riflessi rosa. Il coraggio di cambiare oggi, oggi, che la natura mi ha fatto vedere come è possibile, semplice.
Un po’ di neve e tutto scompare, tutto copre. …»

Scendere e salire – e cambiare, cambiarsi per cambiare, evolversi… è forse il pregio maggiore del libro, che ci prende per mano come in una grande gita italico-familiare, a fine anni ’50 e ci consente pian piano – quasi in un denso film tutto però da figurarsi (ricordate le ingarbugliate, taglienti o soffuse vicende de La meglio gioventù, del 2003, per la regia di Marco Tullio Giordana?) – di passare in rassegna decenni dolorosi e cruciali, talora anche entusiasti, provvidi e vitali, per la nostra Storia…

«… Gianni è teso, tutti siamo tesi e sbigottiti… “Ma che penso, non so… È finito il ’68, siamo a fine ’69, adesso, questi hanno deciso di fermarci. È cambiato tutto. I morti. Le bombe. Non è uno scontro politico, come prima.” Mi soffermo a pensare un attimo, e poi, fermo, riprendo: “Sì, vogliono fermarci, hanno capito che la nostra politica, le nostre idee possono andare lontano, possono conquistare spazi e conquistare risultati. Gianni, ma poi sarà solo questo? Puntano in alto, questo è terrorismo.” …»

Il finale è giustamente universale, allargato di abbracciare non soltanto il proprio popolo, una provincia di popolo, ma la provincia planetaria dell’intero mondo… Pacetti vede e capisce che il suo ideogramma dell’infanzia, la y magico-facile-simbolo, “lettera chiave di tutto”, “primo vero confine che ho imparato a conoscere” (“A Querceto, all’inizio della vita e ai primordi di una delle nostre ere; nei campi più a sud, per l’esattezza a sud-est, al confine con le proprietà mezzadrili dei Pagnini e Zappalà, i due torrenti che uscivano dai boschi, che sfioravano le querce, fra le canne, il vigneto e il più bel ‘sorbo’ che io mi possa ricordare, confluivano e davano forma ad una bellissima ‘y’…”) – è in realtà un misterioso logo d’esistenza, un geometrico destino universale che si ritrova un po’ ovunque la sua anima errabonda lo abbia condotto e ammaestrato:

«… La ‘y’, è il segno dell’acqua, l’oleogramma universale che ci assicura della presenza dell’acqua, dello scorrere, del trascinare dell’acqua che incontra popoli e genti e li unisce, li avvicina, li mescola insieme, ne fa scomparire le differenze; ne cela ogni diversità e li fa attraversare da una sponda all’altra e salutare e stringere mani e scambiarsi doni, affetti, merci, oggetti; costruzioni, progetti e idee. La cultura, la vita, la scrittura sono passate e passano, si trasmettono, tra le acque nelle grandi “y” della terra. …»

Così tutti i buoni romanzi sono passati e passano, tornano e ripartono, in Fuga da Firenze e dalla sua – anche nostra, ovunque – mordente nostalgia; ma finalmente premio maturo, illimpidito sguardo d’esistenza:

«… Non c’è nessun segreto che dovrete svelare, né cercare. Le ‘y’ si sono ricongiunte; passato e presente si sono incontrati. Il vostro cammino vi porterà fra gli uomini dai quali siete fuggiti, ma voi avete scoperto il segreto che dona la gioia dell’esistenza, che si raggiunge se ciò che è stato rimane dentro di voi come un premio alla vita vissuta. Senza odio, né rancore. Se ciò che ha attraversato l’esistenza non fosse avvenuto, non sareste giunti fin qua. …»

Plinio Perilli

 

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