La regina Cristina di Svezia a Roma, di Delfina Ducci

cristina

La storia della regina Cristina di Svezia è quanto mai singolare e, sotto certi aspetti, scabrosa. Abdicò in favore del cugino Carlo Gustavo dei Due Ponti, il 16 giugno 1654, e seguendo il motto virgiliano Fata viam invenient, il destino indicherà la via, abbandonò il suo paese vestendo abiti maschili e si diresse in Italia. A Bruxelles, nella cappella privata dell’arciduca Leopoldo d’Asburgo, si convertì alla religione cattolica. Il gesto commosse il Papa e tutto il mondo cattolico. Ma Cristina di Svezia, personalità troppo anticonformista per osservare rigide etichette, esibì comportamenti eccessivamente disinvolti, non coerenti con la scelta fatta. Si giustificava in nome della libertà ed è sua la ben nota frase “Vi sono delle persone alle quali tutto è permesso e per cui tutto va bene. Io sono fra queste”. La Chiesa, per dissipare ogni dubbio, la invitò a ripetere la decisione e questa volta coram populo, in forma solenne. Allora il Papa Alessandro VII decise di offrirle la residenza di Palazzo Farnese, dove ella fondò nel 1656 l’Accademia Reale.

La sovrana possedeva una memoria prodigiosa, un raro talento per le lingue (ne conosceva perfettamente undici), dedicava dodici ore allo studio e soltanto tre o quattro al sonno. Sopraffatta dalla passione per la letteratura e l’arte, collezionava codici preziosissimi, tra cui le lettere di San Paolo dell’VIII secolo e le illustrazioni della Divina Commedia del Botticelli. Si contornava di uomini dottissimi ai quali piaceva il suo spirito bizzarro, liberale, al di sopra di ogni religione. Proprio per questo la conversione destò molte perplessità e alcuni dissero che il vero motivo era stato l’amore per Roma e l’arte. Durante le tappe del viaggio dimostrò la sua generosità: a Loreto si diresse al celebre santuario dove fece dono alla Vergine Nera del suo scettro e della meravigliosa corona d’oro massiccio tempestata di ben 168 diamanti e di 169 perle preziose. Entrò a Roma nella notte tra il 20 e 21 dicembre del 1655 attraverso la Porta Portese per poi essere ospitata in Vaticano, in quella che era stata l’abitazione di Innocenzo VII, la cosiddetta Torre dei Venti, fatta costruire da Papa Gregorio XIII per perfezionare gli studi che portarono alla riforma del calendario. La Torre, alta 73 metri, fu tra i primi osservatori meteorologici. In questo lussuoso ambiente Cristina trascorse in incognito alcuni giorni, dedicando gran parte del tempo a visitare i meravigliosi giardini e ad ammirare le meravigliose opere d’arte di quell’angolo del Vaticano. Perché il tenore di vita fosse degno del suo rango, oltre alla residenza Farnese il Papa le assegnò 90.000 scudi, somma che la regina dissipò in breve tempo tra feste, balli, ricevimenti, divertimenti che rimasero famosi nella storia, tanto erano stravaganti.

Il teatro fu però la vera passione e a questo legò il suo nome. Fece aprire a Roma, a Tordinona, il primo teatro a pagamento destinato all’opera, che diventerà il Teatro di Apollo, denominato così dai Torlonia che nel 1820 furono i committenti del restauro. Cristina di Svezia divenne il centro dell’attenzione di Roma. Un personaggio originale, inquieto, insoddisfatto, amante della cultura e dell’arte. Un carattere deciso e volitivo, perfino insolente, perdonato solo grazie al genio per il quale eccelleva creando innovazioni e lanciando mode. Voltaire ne amava lo spirito bizzarro. Gli uomini di cultura l’adoravano perché protettrice del loro mondo. Per l’indipendenza di giudizio potremmo definirla una femminista ante litteram. Dopo una parentesi parigina che la vide coinvolta alla corte di Francia nel delitto del suo scudiero, il marchese Giovanni Rinaldo Monaldeschi, e che mise a rumore tutta Europa, si stabilì definitivamente nel Palazzo Riario Corsini alla Lungara trasformato in un coacervo di opere di ogni tipo e valore. Un museo dove trovarono posto sculture, dipinti, pietre preziose, medaglie, libri. Nella dimora si circondò di uno stuolo di artisti, un’anticipazione dell’enciclopedismo francese che caratterizzò il secolo dei lumi. La protagonista assoluta dei colti intrattenimenti era sempre lei, Cristina. Non era bella d’aspetto ma aveva una mente vivida che le conferiva fascino intellettuale. Alla morte – pare predetta da una celebre indovina del tempo – avvenuta a 63 anni, il 19 aprile 1689, per una malattia della pelle, la Regia Accademia da lei fondata si sciolse e in suo luogo sorse l’Arcadia. Le sue ultime parole furono: “Sono nata libera, vissi libera e morirò libera”. Lo stesso motto si trova impresso a Palazzo Corsini, ora sede dell’Accademia dei Lincei, sulla lapide scoperta da re Gustavo Adolfo di Svezia l’8 ottobre 1966, in occasione delle manifestazioni in onore di Cristina di Svezia promosse dal Consiglio d’Europa. La regina aveva espresso la volontà di essere sepolta nella Chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio, ma l’architetto Carlo Fontana, su incarico del Papa Innocenzo XII, eseguì il disegno del sepolcro d’onore che si trova nella navata destra di San Pietro, tra la Cappella della Pietà di Michelangelo e quella di San Sebastiano.

Delfina Ducci

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