SCIPIONE, il pittore dagli occhi cerulei, di Francesca Coiro Cecchini

scipione
Gino Bonichi, in arte Scipione (1904-1933)

Un dipinto di Marino Mazzacurati che reca la data 1928 lo ritrae in abito scuro, camicia bianca, cravatta a righe e un severo cappello in capo. L’aspetto è quello di un giovanottone dal volto pieno, lo sguardo attento, i tratti marcati. In un autoritratto di poco anteriore, l’artista si raffigura a torso nudo, la bocca semiaperta, l’espressione ispirata. «Ho ripreso l’idea dell’autoritratto – egli scrive –: mi sembra di uscire dal tempo antico e pronto per la battaglia». La battaglia che ciascuno di noi deve combattere per acquisire coscienza della propria identità, per definire il proprio ruolo nel grande teatro della vita. Gino Bonichi – in arte Scipione – era nato a Macerata nel 1904 ma poco più che adolescente si era trasferito con la famiglia a Roma, che considerò sempre la sua città. Qui, dopo un periodo di studi che lo avevano aiutato a sviluppare l’innata propensione per la letteratura in genere e per la poesia in particolare, era venuto in contatto con Mafai, con la Raphaël, con gli artisti di quella Scuola Romana che si opponevano al convenzionalismo del Novecento con sperimentazioni cromatiche accostabili agli esiti della pittura tonale e con un’apertura verso l’espressionismo che trova i suoi antecedenti in Sautin e Chagall. Per il giovane Scipione, desideroso di conoscere, afferrare, trattenere quanti più aspetti possibili della realtà che lo circonda, la frequentazione di quegli artisti è uno stimolo che lo indirizza verso la pittura e lo induce a cimentarsi con temi più vari: ritratti come quello bellissimo di “Sara” (1927), paesaggi come il delizioso “Collepardo” (1929), vedute di Roma in cui l’assenza di figure umane sottolinea l’amore esclusivo per i luoghi, e ancora nature morte, soggetti mitologici come “Leda” (1928) e rituali che si ripetono col loro carico di emozioni e attese, come nella partenza all’alba dei “Cacciatori” (1929).

scipione-cacciatori

A volte la frenesia di conoscere, di percorrere tutte le strade senza perdersi in inutili indugi dà luogo ad una sorta di frettolosa approssimazione: non c’è tempo da perdere. La vita scorre seducente e implacabile coi suoi ritmi, ai quali occorre tener dietro. «Ognuno ha un suo ritmo, come tutte le creature del mondo. Bisogna essere quel ritmo, quella creatura», scrive otto mesi prima della morte prematura. La sua ricerca si fa tormentosa; per il ragazzone dagli occhi cerulei il tempo stringe. Quale segreto, quale fragilità si nasconde dietro l’apparente solidità delle cose? I dipinti si caricano di significati simbolici. I colori si fanno sempre più cupi e intensi: grigi carichi di malinconia e quel rosso che torna corposo e insistente, sanguinante come una ferita che non rimargina. Opere come “La piovra” (1929), “Fattura” (1929) e “Il risveglio della bionda sirena” (1929) tradiscono l’ansia di una domanda senza risposta. Anche il rapporto di continuità che lega il passato al presente non è più scontato. Il passato è remoto. Un vissuto che sembra non essere stato mai nostro. Nei tratti scavati del volto, nello sguardo attonito del “Cardinale decano” (1930), il più famoso dei suoi ritratti, c’è il dramma di chi non sa più cogliere il senso della storia. La figura incombente dell’alto prelato sullo sfondo appena accennato di S. Pietro vive di una solitudine tragica. Come non esiste equilibrio tra il passato e il presente, non c’è possibilità di interazione fra ciò che è dentro e ciò che è fuori di noi. «In genere ogni cosa è solenne quando è esterna. Forse è per questo che la solennità dei riti soffoca la religione». La religione come la intende lui: non stolta illusione ma dialogo dell’anima con le cose.

scipione_uomini

Il bisogno di comunicazione tradito è una delle esperienze più amare che possano toccare agli esseri umani. Il ghigno beffardo della figura di sinistra in “Uomini che si voltano” (1930) e tra le immagini più sconvolgenti della pittura italiana. Nella fase conclusiva della sua breve stagione pittorica Scipione non vede che il vuoto: dietro di sé, dentro di sé, davanti a sé. Ora la malattia polmonare che se lo porterà via a soli ventinove anni si fa sentire in tutta la sua terribile gravità. Deve evitare ogni sostanza che, inalata, possa risultare nociva. Deve evitare i colori. Negli ultimi mesi l’artista produrrà quasi esclusivamente disegni a penna e scriverà: decine di annotazioni, pensieri, poesie. Scipione muore in sanatorio, ad Arco in provincia di Trento, nel 1933. In un commosso articolo Cipriano Efisio Oppo ne annuncia la scomparsa lamentando al tempo stesso l’incomprensione di cui il giovane era stato oggetto da parte dei più: «Scipione Bonichi, pittore romano, è morto da pochi giorni in un sanatorio del trentino in età giovanissima. Scipione era un artista. L’ho affermato la prima volta che ho visto un suo dipinto e più volte in seguito, dinanzi l’incomprensione del pubblico, e non soltanto del pubblico grosso». Dopo un silenzio durato troppo a lungo Roma (la città che Scipione ha amato e dipinto più di ogni altra: «girava in botticella come un romano e un forestiero al tempo stesso – ricorda l’amico Alfredo Muzio – perché è l’unico mezzo di trasporto che consente di vedere») si decise a dedicargli una grande mostra (8 settembre 2007-6 gennaio 2008) allestita nella suggestiva cornice del Casino dei Principi a Villa Torlonia. Scelta quanto mai opportuna giacché la struttura è sede dell’Archivio della Scuola Romana, di cui Scipione è considerato oggi uno dei rappresentanti più significativi. Ci piace riportare, a conclusione di questo breve omaggio all’artista, una toccante preghiera rinvenuta tra le sue carte segrete: «È molto tempo che mi sento chiamare ma dall’orecchio al cuore la tua voce si è persa. La tua voce è un’acqua fresca che vuole lavarmi. Ma tutto il corpo è corrotto e nelle mie membra corre un veleno. Aiutatemi a uscire dalle mie miserie. Siate benedetto per la Vostra bontà infinita e non permettete che io non approfitti delle Vostre grazie. Farò quanto posso, farò quanto vorrete. Null’altro desidero che di conoscere e fare la Vostra santissima volontà perché in essa troverò ogni mio bene. Abbiate pietà di me e aiutatemi, mio Dio».

Francesca Coiro Cecchini

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.