Figure tipiche romane: il Generale Mannaggia La Rocca, di Orietta De Filippis

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Luigi Guidi, alias Mannaggia La Rocca

“E chi sei, il Generale Mannaggia La Rocca?” Questo sfottò, che ancora oggi usano i romani, fa riferimento ad un “Generale” particolare, a una maschera cioè, della fine dell’Ottocento, inventata e interpretata a Roma da Luigi Guidi, uno “stracciarolo” di origine livornese. Questi abitava in una topaia in vicolo dei Vecchiarelli, nel rione Ponte, e aveva un banco da rigattiere a Campo de’ Fiori. Probabilmente, proprio dalla mercanzia che teneva sul proprio banco (stracci, rottami, attrezzi di tutti i mestieri, vecchi e logori indumenti, avanzi di “aviti castelli, di caserma e sagrestia”), il Guidi trovò lo spunto per inventare il suo Generale, versione caricaturale e popolaresca del militare di alto rango, spaccone, tronfio e smargiasso, emulo dei vari capitani sbruffoni, fanfaroni, vantatori di spropositate e rocambolesche avventure, come Pirgopolinice (il Miles Gloriosus di Plauto), Capitan Matamoros (in spagnolo mata-moros, uccisore di saraceni), o Capitan Spaventa di Vall’Inferna. “Mannaggia La Rocca” per trent’anni animò il carnevale romano e con lui la caricatura del militare passò di grado: da soldato e capitano, divenne generale.

Lingua pungente, ilare, spirito giocoso, Luigi Guidi con un piccolo contributo del comitato carnevalesco (cinquanta lire, con le quali, diceva, non riusciva a coprire nemmeno le spese), organizzava la sua parata e tutti gli anni, a carnevale, dopo aver emanato il solito messaggio “Giovedì prossimo o piove o fiocca, sortirà er Generale Mannaggia la Rocca”, puntualissimo appariva su via del Corso, alle tre del pomeriggio, e dava inizio al suo spettacolo. Vestito in alta uniforme (pantaloni blu con bande rosse, cimiero con piume colorate, sciabolone, mostrine, medaglie e decorazioni), serissimo, tutto d’un pezzo, a cavalcioni di un asino striminzito (bardato con gualdrappa rossa orlata d’oro), tenuto a freno dal suo “palafregno” (per dirla con Gioachino Belli), il “Generale” pomposamente incedeva con la sua corte, seguito da un esercito di straccioni vestiti con uniformi variopinte e rattoppate, “un codazzo, ‘na pipinara de mocciosi più o meno ammascherati come er generale”. Sfilava da piazza del Popolo a piazza Venezia, incedeva solenne tra la folla che lo apostrofava, e recitava, tra battute e ammiccamenti, i suoi sproloqui, con gran seguito di popolo, risate, fischi, evviva, applausi, sberleffi e immancabili pernacchie, lanci di coriandoli, verdure, “cipolle, radiche gialle, torzoli de broccolo” e “confettacci” (pastiglie di gesso colorato), tra suoni di nacchere, fischietti, piatti e tamburelli. Per il popolo era il modo, anzi l’occasione, per sfogare la propria rabbia contro il potere, contro la guerra d’Africa e la politica coloniale del governo.

Il nome del Generale Mannaggia la Rocca (l’appellativo se l’era dato da solo), un giorno divenne famoso, non solo a Roma e in Italia, ma addirittura all’estero, tant’è che anche la Francia si interessò a lui. Ma cosa successe? Nel 1896, dopo la sconfitta di Adua, il principe Enrico d’Orléans, in un articolo comparso su “Le Figaro”, con parole oltraggiose e infamanti, aveva denigrato il comportamento degli italiani e del generale Matteo Francesco Albertone. Apriti cielo! Insorse il generale Albertone e insorsero gli ufficiali dell’esercito italiano, che, scelto a sorte il tenente Giuseppe Pini, si fecero avanti per lavare l’offesa. Il Pini mandò i padrini, altrettanto fece l’Albertone, ma i francesi contestarono agli italiani anche la scarsa conoscenza del codice cavalleresco, che prescriveva che ci si battesse tra esponenti di ugual rango. Si scatenò una sequela di polemiche, sfide e contro sfide e si versarono fiumi d’inchiostro. Alla fine, a liquidare il principe d’Orleans provvide il conte di Torino, Vittorio Emanuele di Savoia Aosta, che si recò a Parigi e lo sfidò a duello, anteponendosi, dato il suo rango, a tutti gli altri sfidanti. Lo scontro ebbe luogo nel “Bois de Marèchaux”, a Vaucresson, ed il francese ebbe la peggio: subì due ferite, una alla spalla, l’altra all’addome. Sul “Rugantino” (settimanale umoristico dell’epoca), apparve un sonetto che recitava: “Evviva, evviva er Conte di Torino, che zitto, zitto, senza fa’ rumore, ha ddato ‘na lezione a quer crostino, tenendo sempre arto er nostr’onore! … Adesso che sta llì, more o nun more?”. Nella sequela di sfide e di polemiche, che anticiparono e seguirono il duello, si inserì anche quel “bel tomo” di Albert Thomègueux, spadaccino svizzero arrogante e permaloso, che lanciò la sua sfida contro il nostro esercito in toto, dicendosi disposto a duellare con chiunque avesse accettato il suo guanto, tanto che fece pubblicare, sul giornale “La Patrie”, una lettera in cui dichiarava di essere “pronto a raccogliere qualunque sfida” e che “dalle 10 alle 11 di ogni giorno sarebbe stato reperibile a Parigi”, via tale, numero tale. La cosa stuzzicò la fantasia di Eugenio Rubichi, avvocato e giornalista della “Tribuna di Roma”, il quale, per burla, finse di accettare lo scontro, andò all’ufficio postale e spedì il telegramma: “Provocazione accettata da parte mia e da un gruppo italiano. Firmato: Generale Mannaggia La Rocca della nobile schiatta dei Cenci. Roma, Via Quattro Fontane.”

I giornali francesi si infervorarono ad esaltare Albert Thomègueux perché credevano che fosse riuscito a farsi sfidare da un generale italiano di nobili origini, tant’è che “La Patrie” scrisse che la sfida era stata accettata “da uno dei più valorosi generali italiani”, pensando si trattasse di Enrico Morozzo della Rocca, ministro della guerra, primo aiutante di campo del re, appartenente ad una delle più antiche famiglie dell’aristocrazia piemontese. La risposta del Thomègueux non si fece, pertanto, attendere: ”Ricevo vostro onorato telegramma. Accetto scontro Parigi con Voi. Miei padrini sono Colonnello Lyder e Denis Thomas”. È facile immaginare cosa successe quando si scoprì che lo sfidante altri non era che lo straccivendolo Luigi Guidi (alias Generale Mannaggia La Rocca): la reputazione del “Capitan fracassa d’oltralpe” venne demolita e la stampa e i commenti di mezza Europa ne distrussero la reputazione. Albert Thomègueux fu sommerso da un’ondata di ridicolo.
Sul “Rugantino” apparve un sonetto: “Avuto il dispaccio la Mothe Thomègueux esclama: Parbleu! Chi è questo bravaccio che affronta il mio braccio? Sacré mon Dieu! Morbleu! Crébleu! … O fuoco marzial! O furia selvaggia! Qua! … Al primo comando in pezzi ti mando Protervo Mannaggia!” Per riscattarsi, pieno di sé, Thomègueux insistette per duellare con tutti i crismi della serietà … e venne accontentato, ma fu sconfitto in duello da un abile spadaccino napoletano, Enrico Casella. Il giornale ”Il Friuli” così scrisse: “I giornali (sono) quotidianamente occupati per più colonne a narrare a commentare le varie sfide e i viaggi di padrini e duellanti, o a divertirsi alle spalle di quel pagliaccio di Thomègueux il quale con facile spavalderia e con linguaggio da far disonore a un porcaro, aveva mandato a sfidare l’Italia intera, ed ha finito con l’essere vittima della burla più atroce, accettando telegraficamente di battersi con un ipotetico generale Mannaggia La Rocca, ch’è poi un povero diavolo, zimbello del popolino nelle mascherate carnevalesche”. Su “Il Paese”, giornale di Udine, Francesco Paoloni, con lo pseudonimo di Columella, scrisse: “Due popoli … schiattano ancora dalle risa nell’assistere alla sciocca commedia che un principotto francese, qualche ingenuo italiano, ed un ammazzasette svizzero stanno giocando. Sono sfide, contro sfide, cartelli, padrini mandati, ricevuti, scambiati con una serietà degna di miglior causa”.

Lo stesso Luigi Guidi, in una intervista, disse di essere pronto a battersi, e raccolse la sfida a modo suo. Come è scritto sul giornale “Il Friuli” del 19 agosto 1897, “il generale Mannaggia La Rocca ottenne il permesso dalla questura d’imbarcarsi domenica con il suo stato maggiore, tamburi e trombe, alla Ripa grande del Tevere, allo scopo di recarsi all’estero, per la via del mare. Invece si fermerà al Circo dei Prati di Castello, dove si riderà di Thomègueux”. Luigi Guidi, infatti, organizzò un corteo straordinario che sfilò lungo Via del Corso, in pieno agosto, sotto una pioggia di applausi e di risate. Trilussa, con lo pseudonimo di Marco Pepe, pubblicò sul “Don Chisciotte di Roma” un’intervista a Luigi Guidi : “È proprio vero che avete sfidato Thomègueux? – Me l’hanno detto stamattina alla Tribuna. Ce so ito alle 10 perché er direttore m’ha mannato a chiamà d’urgenza. Anzi c’era un signore co’ la barba bionda che m’ha pagato er vermute… – A voi, dunque, non vi è nemmeno passata per il cervello l’idea che … – Io? Ma figurateve si posso pensà a ‘ste buggiarate! Ciò mi moglie a letto perché giorni fa cascò pe’ le scale e se ruppe, sarvognuno, una gamba … – Mi rincresce. Anche voi vedo che zoppicate un poco … – È un destino! Fra io e mi’ moje nun mettemo assieme una cianca come se deve. Io ce l’ho storta, lei ce l’ha rotta … – Di grazia: voi non vi siete mai battuto? – Io? E che m’ho da sbatte? La testa ar muro? Abbado ar mestiere e si so’ conosciuto è perché so’ ormai trent’anni che fo’ er generale. So’ più conosciuto de Grispi. Trent’anni d’onorato servizio, capite? … Se presempio arivassero a Roma li padrini der francese, io je direbbe: – Che volete da me? Un po’ de stracci? una padella? un cuccometto? un accidenti che ve pij? Io nun vojo storie. So’ un povero stracciarolo, un povero ferro-vecchio”.

Luigi Guidi morì di polmonite nel 1901, in una corsia dell’ospedale S. Spirito, a 68 anni e, come ha scritto Cesare Pascarella, “come tutti i generali che si rispettino, anche lui fu accompagnato alla estrema dimora dalla sua cavalcatura: il modesto asinello, che per tanti anni, trainando il carrettino, lo aveva accompagnato per le vie di Roma nella quotidiana ricerca della mercanzia”. Gli amici posero sulla sua bara una corona con la scritta “Il popolo di Roma a Luigi Guidi”. Il generale Mannaggia la Rocca gli sopravvisse per qualche anno, portato avanti da un sarto, Arcangelo Lombardi, poi da un cantoniere stradale, Luigi Petrangeli, che non ebbero però lo slancio e la creatività di Luigi Guidi.

Orietta De Filippis

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