“Plethora” di Antonella Rizzo, letto da Claudio Giovanardi

pletora

Antonella Rizzo è una poetessa dispettosa, che si diverte a depistare il povero lettore in cerca di un filo rosso con il quale orientarsi nei componimenti del nuovo libro di poesie intitolato Plethora (Bevagna, Nuove Edizioni Aldine, 2016, pp. 62, Euro 10, con prefazione di Antonio Veneziani). E quando il lettore si illude di aver trovato la chiave interpretativa, ecco che la poesia seguente manda in frantumi il castello di carte costruito in precedenza. La verità è che il modo di intendere il fare poesia della Rizzo (e lo confermano anche le raccolte precedenti) sfugge a qualsiasi definizione precostituita e rende il percorso di lettura un’affascinante avventura che si rinnova di pagina in pagina. Ogni poesia è un atto autonomo, compiuto in sé, un piccolo mistero nel quale i versi sembrano attingere a risorse espressive profondissime, direi ctonie. Ogni parola si riempie di significati doppi, tripli, di allusioni, di evocazioni che vanno ben oltre il significato letterale. A mio avviso la giustificazione del titolo, Plethora, risiede proprio in questa sovrabbondanza di significazione, in questa capacità di usare le parole come pezzi di marmo che vanno a comporre una scultura dai contorni variabili e indefinibili.

In quest’ottica non ha una grande rilevanza mettersi alla ricerca delle tematiche sviluppate nelle quattro sezioni che compongono il libro, perché su tutto domina la forza di una poesia che riesce a rendere ogni argomento primigenio, che impone, con una furia lucida ma ardente, il richiamo a condizioni dell’esistere umano che ognuno di noi reca in sé, benché sepolte sotto strati di ipocrisia, di convenzioni, di acquiescenza verso le mode. Nella Rizzo la capacità disvelatrice della poesia è implacabile, sempre e comunque.

A riprova di ciò che sto affermando, vorrei mettere a confronto due poesie molto diverse nei contenuti, ma assolutamente affini nel modo di scandire i versi. La poesia d’apertura della raccolta s’intitola “Adamo” ed è un’invettiva contro il nostro progenitore: “Adamo non perdonerò mai / la natura stessa dell’inganno / farti cimice insignificante / senza sangue, storia, una dimora / farti monaco, romita, clericale / caricare colpe a serpi e donne / nascondendo mele da addentare”. Nell’ultima sezione, intitolata “Eros e Thanatos”, la poesia “I due del tavolo accanto” è invece fondata su modi intimisti: “Trattasi di un epilogo che scuote / poiché la comoda esistenza / rende glabre le gambe di una donna / anche quando è vello ovino / lasciarsi rimirare non da un uomo / ma un meccanismo di copula a comando. / L’uomo al tavolo vicino / mostra segni d’arte ed è consunto / dallo stringere vite in corsetti / fatti di stecche di balena / sul tavolo rovescia la Juliette, / dagli accenti tonici mi sembra / che inarchi il corpo con amore / e insieme si chiudono a compasso / frugando labbra da baciare / Se solo potessero parlare…”

Bene: chi è più trasfigurato tra Adamo e l’uomo della seconda poesia? Chi è più tangibile, realistico, afferrabile? Chi è simbolo e chi carne e sangue? La potenza poetica della Rizzo è tutta qui: rendere simbolico ciò che è reale e rendere reale ciò che è simbolico. I confini si annullano, come pure le certezze si disfanno. Ma se chiediamo alla poesia di trascinarci in mondi “altri”, se le chiediamo una verità che non è quella dei giornali e della televisione, se le chiediamo di impegnarci a riflettere, a soffrire, a godere, allora in questo libro di Antonella Rizzo troveremo un punto di riferimento di alta qualità.

Claudio Giovanardi

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