THÉODORE GÉRICAULT: amore-odio per Roma, di Paolo Pardo

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T. Géricault, “La Zattera della Medusa” (1818-19)

Il fascino di Roma, il messaggio della Roma storica al mondo, la formulazione – tutta romana – dell’immagine «eroica» della vita: ecco i massimi connotati della universalità dell’idea-Roma, che nell’età del primo romanticismo i romani stessi ignoravano del tutto. Buona testimonianza, a parte il Belli, ne rendono le lettere di Giacomo Leopardi appena giunto nella città papalina, novembre-dicembre 1822 (per esempio quella al padre Monaldo, 9 dicembre: a Roma «tutti pretendono di arrivare all’immortalità in carrozza, come i cattivi Cristiani al Paradiso. Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola e vera scienza dell’uomo è l’Antiquaria»). Ma in Europa! Per gli ex barbari del Nord, in Francia e Germania, una volta risvegliati e cresciuti, Roma era l’unico faro della cultura mondiale, della coscienza storica. Gli artisti francesi invidiavano la sorte di Nicolas Poussin e di Claudio Lorenese che a Roma avevano passato la vita, e di Rubens che vi aveva soggiornato a lungo. Ogni anno l’Accademia di Francia distribuiva l’ambitissimo Prix de Rome a pochi eletti: era una specie di pensione che si prolungava per oltre un lustro, magnifica sinecura! e che permetteva agli artisti francesi, spesati di tutto, di vivere a Roma e di «imparare». Eugène Delacroix deve all’arte italiana, conosciuta e copiata a Roma, due dei suoi più grandiosi lavori, la Cacciata di Eliodoro dal Tempio e L’Arrivo dei Crociati a Costantinopoli, così diversi dalle sue opere «non-romane»: quelle nordafricane, per esempio. C’è tuttavia un personaggio, geniale e problematico, che esce dal coro degli osannanti romanofili. È il nervoso, profetico Théodore Gérìcault, vissuto solo trent’anni; il suo più celebrato dipinto, La Zattera della Medusa, per composizione e impalcatura (non per il soggetto però), risente fortemente della pittura cinquecentesca italiana ammirata e studiata a Roma.

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T. Géricault, autoritratto

Gérìcault amò Roma, e la odiò. Il suo epistolario lo prova. Appena venticinquenne, partì da solo da Rouen per l’Italia, a fine settembre 1816: Firenze, e poco dopo Roma. Carattere saturnino, difficile. Si adombrava della solitudine, della non-comunicazione. Lettera a Pierre-Joseph Dedrieux-D’Orsy, 27 novembre 1816: «Decisi di venire da Firenze qui a Roma per trovare volti noti, persone capaci di comprendermi e parlare con me la stessa lingua. Ho trovato diversi indirizzi per il mio atelier, ma non posso ancora decidermi nella scelta… Capisco che trovandomi in mezzo a una tal quantità di capolavori si devono fare solo cose eccellenti». Non sappiamo quale sia stato lo studio prescelto, certo al centro nelle vicinanze di piazza di Spagna. Qui conobbe diversi compatrioti, fra cui Jean-Victor Schnetz, allievo del celeberrimo Jean-Louis David, il pittore che «romanizzò» la Rivoluzione Francese. E sulla scia di David anche Gérìcault sviluppò la sua polemica «eroico-romana» contro le pastorellerie del rococò francese, Francois Boucher, Jean Retout, Carl Vanloo. E ne scrisse: «Lo stile dei grandi maestri e il viaggio in Italia ispirarono a David quella forza che egli sempre seppe esprimere nelle sue composizioni storiche… Ma per il resto, a che tanta infruttuosa avidità di premiazioni, medaglieri, premi Roma e concorsi accademici?». Temperamento insieme malinconico e attivistico, era incline al romanticismo sepolcrale di stampo foscoliano ma anche al romanticismo ribelle “alla Byron”. Sue letture preferite, inconfondibilmente protoromantiche: lo stesso Byron, Walter Scott, Schiller, Milton, Tasso. Passava le giornate copiando nelle varie gallerie i quadri italiani, oppure in lunghe faticose peregrinazioni per la campagna romana: qui lo affascinavano i butteri a cavallo e le corse di cavalli bradi. I cavalli furono sempre il suo soggetto più appassionante (c’è a Baiona, museo Bonnat, una sua Partenza dì Fantini nella Corsa al Galoppo, di sorprendente modernità). Nel carnevale del 1817 prese parecchi schizzi della corsa dei Barberi al centro di Roma. Si preparò a dipingere un grande quadro di cavalli «in stile antico» – ma dovette interrompere il lavoro per l’improvvisa partenza per la Francia dove lo richiamò imperiosamente il padre avvocato. Questa tela incompiuta deve essere rimasta a Roma ma non è stata mai più trovata.

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T. Géricault, “Corsa dei cavalli berberi” (1817)

Il suo amore-odio, dunque. «L’Italia è estasiante al momento di conoscerla, ma non si deve trascorrere in essa tutto quel tempo che si era pensato di impiegarvi. Un anno di soggiorno mi sembra più che sufficiente. Per quanto riguarda i sei anni concessi (dal Prix) agli stipendiati, essi producono molto più danno che profitto, facendo passare il tempo del corso quando sarebbe tanto più conveniente occuparlo nel lavoro; i giovani si abituano a vivere coi mezzi del governo e passano nell’ozio e nella grascia i migliori anni della vita. Tutto questo vuol dire rovinare l’arte, non aiutarla a svilupparsi… Un vero stimolo necessario per tutta questa gioventù capace sarebbero: commesse per quadri, affreschi, monumenti per la loro patria, premi in onori e in denaro, e non la tavola borghese dove nel corso di sei anni si ingrassa il loro corpo e si addormenta la loro anima» (lettera da Roma a uno sconosciuto, 23 novembre 1816). E in un’altra lettera al Dedrieux-D’Orsy: «Mai né in Atene né a Roma i cittadini poterono con tanta facilità occuparsi della scienza e dell’arte, come questo è reso possibile in Francia grazie a scuole di ogni genere. Ma dall’epoca della loro fondazione io amaramente osservo che invece di aiutare sono diventate un vero ostacolo». Ecco: sono righe agitate, pervase da un continuo impeto volontaristico. L’impazienza ribelle sembra essere il tratto vero di un’indole così tormentata e recisa. Lo scatto dei fantini verso il galoppo, nell’impressionante dipinto di Baiona a cui ho accennato pocanzi, è l’emblema di tutta la troppo breve vita di Théodore Gérìcault: anche quello è un quadro incompiuto: incompiuto come la grande, misteriosa pittura cavallina rimasta a Roma e scomparsa: incompiuto come la sua ispirazione di venticinquenne che non potè pervenire a una maturità di trentunenne. La morte scrisse la sola recensione negativa sull’arte di Gérìcault.

Paolo Pardo

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