Processi celebri a Roma. GIULIA TRIGONA (1911): delitto tra sesso e denaro, di Willy Pocino

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Reperti del delitto Trigona (dall’archivio del Museo Criminologico)

Alle ore 14 del 3 marzo 1911, al secondo piano dell’albergo Rebecchino (un albergo di terz’ordine, in prossimità della Stazione Termini, generalmente frequentato da gente umile di passaggio per Roma), si ode il rumore di un colpo d’arma da fuoco. Proviene dalla stanza n. 8, presa in affitto qualche ora prima da una coppia che ha declinato false generalità. Il vicino Commissariato del Viminale, immediatamente avvertito, invia subito un funzionario di polizia e alcuni agenti. All’interno dell’albergo regna una gran confusione, alimentata da voci incontrollate che si rincorrono sull’identità dei due amanti. La tragedia sembra aver scosso alcuni ambienti altolocati, addirittura il palazzo reale! E solo verso le ore 18, dopo un continuo andirivieni di carrozze di lusso, trapelano finalmente i nomi dei protagonisti della drammatica vicenda. Accorrono allora in massa i giornalisti di tutte le testate romane. La notizia è di quelle da prima pagina, perché i protagonisti del “fattaccio” che si è consumato in quella squallida stanza d’albergo non sono sconosciuti avventori ma personaggi ambedue appartenenti all’aristocrazia siciliana. Lei, madre di due figlie in tenera età, è la ricca e bellissima contessa palermitana Giulia Trigona, nata principessa Tasca di Cutò, dama d’onore della regina Elena, consorte del conte Romualdo Trigona, anch’egli gentiluomo di corte della regina. Lui, barone catanese, è il tenente di cavalleria Vincenzo Paternò. La scena narrata dai primi soccorritori è raccapricciante. La sventurata contessa giace seminuda e senza vita sul letto matrimoniale, scomposto dall’ultimo amplesso preteso dal partner. È adagiata sul fianco destro, immersa in un lago di sangue che scorre dalla gola e dal torace orrendamente squarciati da violenti colpi inferti con un “coltellaccio da caccia grossa” acquistato la mattina stessa prima di recarsi all’appuntamento, come viene evidenziato durante il processo. Il tenente le sta accanto, seminudo anche lui. Un rivolo di sangue gli sgorga da una ferita non grave, di striscio, all’altezza dell’orecchio destro, che si è prodotto tentando il suicidio con la propria pistola. È ancora vivo e viene subito trasportato all’ospedale di S. Antonio. Si salverà.

Ma come ebbe origine l’idillio tra i due giovani, che avevano carattere, cultura e mentalità diametralmente opposte? Si conobbero nel 1908, durante una festa svoltasi nell’aristocratico circolo di Villa Igea a Palermo. Lei, ventottenne, ricchissima e di rara bellezza, era reduce da una lunga malattia dalla quale non si era ancora completamente ristabilita; si mostrava malinconica per la recente perdita di una sorella avvenuta in seguito al terremoto di Messina verificatosi in quello stesso anno e, infine, era anche moralmente avvilita per il comportamento del consorte che – secondo indiscrezioni locali – da troppo tempo la trascurava, preferendo l’amore mercenario. Tutte queste notizie suonarono come musica soave alle orecchie del ventinovenne ufficiale, bello, alto, slanciato, squattrinato e pieno di debiti, con la passione del gioco e degli amori facili. E lui, che di donne se ne intendeva, notò per prima cosa in Giulia l’ansia di una sensualità repressa, a risvegliar la quale sarebbe stato fin troppo facile giungere, in seguito anche alle sue favolose ricchezze. E così fu. All’inizio, e per alcuni mesi consecutivi, i due giovani si limitarono a incontri furtivi al Circolo, all’Ippodromo o in prossimità del palazzo Trigona. Presto, però, alla giovane contessa gli incontri a distanza e gli sguardi languidi non bastarono più; le urgeva quel calore umano che il consorte continuava a negarle e al quale la sua esuberante giovinezza riteneva di avere diritto. Un giorno, quasi per scherzo, Giulia informa il suo corteggiatore di un viaggio in Svizzera che deve necessariamente compiere per seguire un ciclo di cure termali. Altrettanto scherzosamente il tenente si offre come accompagnatore. E il gioco è fatto. Il desiderio segreto diventerà presto per ambedue una realtà vera. Appuntamento a Roma, in un ottimo albergo presso Porta Pia dove inizia la loro relazione intima e dove trascorrono una notte d’amore travolgente. La data memorabile dovrebbe essere quella dell’11 agosto 1909, incisa su un medaglione d’oro che il tenente dona poi alla contessa. La quale, inebriata da quella notte meravigliosa, è felice al pensiero di avere tutto il tempo per continuare a ubriacarsi d’amore e a dare libero sfogo alla sua straordinaria vitalità sessuale per il periodo non breve del viaggio di andata, del soggiorno in Svizzera, e del viaggio di ritorno. Doloroso risulta, ovviamente, il rientro a Palermo e la conseguente necessaria interruzione di quegli amplessi deliziosi e passionali, che hanno ridonato serenità e vigore alla focosa Giulia. Per continuare i quali ha dunque inizio la squallida peregrinazione clandestina alla periferia della città, in cerca di alberghi e alberghetti compiacenti dove esercitare tranquillamente il sesso sfrenato. La tresca va avanti per circa un anno. Ma la notizia degli incontri segreti, di cui parla tutta la città, giunge infine a palazzo Trigona; e una sera, il conte, con la calma tipica dell’uomo di mondo, consiglia alla consorte di tenersi lontana dal suo tenentino, a tutti noto come sfruttatore di donne e ritenuto completamente inaffidabile. L’avverte, inoltre, di prepararsi a ricevere la sua richiesta di separazione legale. Anziché disperarsi per quest’ultima notizia, la contessa Giulia gode di gioia al pensiero di poter essere presto libera dal vincolo coniugale, e sogna di poter rapidamente continuare a vivere per intero la straordinaria storia d’amore e di sesso con il barone Paternò. Si ritira quindi tranquillamente nella propria stanza e va a letto, felice e contenta.

Ma i sogni finiscono all’alba. Giulia non immagina, infatti, che presto verranno i nodi al pettine. E così dovrà imparare a conoscere, è il caso di dire a proprie spese, l’altra faccia della medaglia. Alle ubriacature d’amore si frappongono, infatti, richieste di denaro da parte di Vincenzo, iniziate già da qualche tempo, ma che diverranno sempre più frequenti, sempre più pressanti e di importi sempre più alti. È a questo punto che la povera contessa si rende conto della incredibile e degradante situazione nella quale è precipitata. Tuttavia, per aiutare ancora una volta l’amante, decide di privarsi di un antico gioiello di famiglia ricavandone quattromila lire (somma, all’epoca, elevatissima), che gli consegna con la segreta speranza che tale sacrificio possa costituire l’ultima umiliazione cui ella si sottopone. Non è così. Per cedere alle ulteriori sollecitazioni del Paternò, Giulia è costretta addirittura a chiedere un anticipo di altre quattromila lire all’affittuario di un suo fondo a Palermo. E quando la contessa decide, per altri motivi, di vendere quel fondo, valutato circa centomila lire, egli ha l’ardire di prenotarsi per ottenerne ventimila, con cui soddisfare alcuni suoi debiti pregressi. Questa volta, però, con uno scatto di ribellione, Giulia oppone un nettissimo rifiuto: “Ho due figlie, ricordalo, e devo pensare al loro avvenire”, avrebbe risolutamente detto all’amante allibito.

Poi, verso la fine di febbraio 1911, i coniugi Trigona si trasferiscono a Roma, come periodicamente accade quando hanno il loro turno al Quirinale. E lì, imprevedibilmente, si reca anche il tenente Paternò che, non si sa come, riesce a contattare la contessa Giulia e ad ottenere da lei un incontro per un chiarimento definitivo all’albergo Rebecchino. Appuntamento a mezzogiorno del 3 marzo, al quale la contessa arriva con mezz’ora di ritardo. Ritardo che fa innervosire il giovane amante, il quale è giunto invece in perfetto orario dopo aver acquistato un coltello di tipo proibito. Il resto è noto. L’assassino rimase solo pochi giorni in ospedale. Il 12 marzo, infatti, varcava la soglia del carcere di Regina Coeli. Ma i difensori ottennero il trasferimento al manicomio criminale con lo scopo di farlo apparire matto ed essere in tal modo agevolati nel chiedere eventuali attenuanti. Il processo si celebrò l’anno successivo. Le perizie dimostrarono però che egli era perfettamente sano di mente. E perciò fu condannato all’ergastolo.

Willy Pocino

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