La poesia di Vincenzo Cardarelli, di Francesco Boneschi (1968)

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Per me parlare di Vincenzo (Nazareno) Cardarelli, del maestro e amico più caro, è, come suol dirsi, croce e delizia. Cosa scrivere di colui (primo fra i poeti del nostro tempo e secondo assoluto fra i lirici italiani solo a Leopardi) che mi ha iniettato senza misericordia il bacillo pernicioso e meraviglioso della poesia? Ha quasi trent’anni quella sua lettera fatidica (un misero foglio a quadretti carpito a un quaderno, con nel mezzo brevi parole alate; e io ero poco più che un ragazzo), ambasciatrice galeotta che doveva additarmi la scalata del firmamento, o almeno delle nuvole. Né so ancora se, per tale inusitato messaggio, raccolto forse più con infamia che con lode, debba, tutto sommato, felicitarmi o invece rammaricarmi. Certo è che la migliore grazia del dono sta nella mano benigna che lo porge, ignara del dopo, e non è bene condizionare la gratitudine del beneficio, o maleficio, che se ne coglie. Se non fosse così, venendo al tuo sepolcro, e ricordandomi le segrete lotte che mi hai fatto, sul tuo esempio, combattere e patire (dici bene: «… delle nostre epiche insonnie / il mondo non vuol sapere…»), anziché preghiere, insulti ti direi. Comunque, caro Vincenzo (i tarquinesi suoi coetanei lo chiamavano, e i superstiti ancora lo chiamano, Cencio), desidero parlare di te. Ma dove cominciare? Domanda strana e insieme legittima, perché infinite sono le provocazioni che muovono dalla personalità e dall’opera di Cardarelli, ancora in gran parte da scoprire, siccome eccezionalissime, nell’entità e nella singolarità.

Già tante volte dissi che, di norma, qualunque artista e in special modo il poeta lirico, produce il meglio di sé prima del compimento dell’età matura, e non di rado prima del finire della giovinezza, che è la stagione propizia alle emozioni folgoranti. Le eccezioni sono rarissime, come a confermare la regola (ultima e bene accolta quella del caro scomparso Corrado Covoni, che ci ha regalato uno stupendo “Stradario della primavera” a oltre settant’anni). Ma la norma è lì con la storia, e chiunque può controllare a che età scrissero i loro migliori lavori lirici Catullo, Tasso, Leopardi, Foscolo, Quasimodo, Ungaretti, Montale, Sbarbaro, Betocchi, Luzi, Sinisgalli, etc. Cardarelli scrisse fino verso la sessantina, essendone poi stato impedito dal progredire dei mali che lo minacciavano da tempo: arteriosclerosi e paresi. Ma già nel decennio precedente, varcati i cinquant’anni, la sua lira cominciò ad offuscarsi: ne sono chiara testimonianza le liriche aggiunte alla prima edizione mondadoriana del ’42 presentata da Ferrata, di cui solo “Incontro in circolare” ha pur sempre il tono del canto spiegato, e chiude degnamente la silloge recuperando la parabola accesa con “Adolescente”.

Così è delle prose. Le migliori sono quelle della prima e media maturità. “Prologhi, viaggi, favole”, “Il Sole a picco”, “Solitario in arcadia”, “Il cielo sulle città”, che troppo lungo sarebbe ripercorrere a una a una. In ogni modo il lettore può rifarsi ai saggi, a volte contraddittori e perciò panoramici, di Cecchi – che, primo, scoprì Cardarelli oltre mezzo secolo fa –, Gargiulo, Raimondi, De Robertis, Bacchelli, Pancrazi, Baldini, Debenedetti, Ravegnani, Contini, Ferrata, Sapegno, Falqui, Piovene, Solmi, Anceschi, Macrì, Bigongiari, Luzi, Piccioni e cent’altri, fra cui il sottoscritto. E specialmente può rifarsi – questo benedetto lettore italiano frastornato, ora come sempre, da gloriuzze furbescamente pubblicizzate – al volume “Opere complete di V. Cardarelli” magistralmente e pazientemente curato da Giuseppe Raimondi, critico fra i più acuti del nostro tempo, per il quale Cardarelli nutriva – e io ne sono testimone – una stima incondizionata, siccome giunto alla letteratura anch’egli in virtù di una vocazione duramente sofferta.

Dunque il grande Cardarelli è quello di una generazione addietro, quello, sia in versi che in prosa (egli è la dimostrazione evidente, e superflua, che il vero poeta sa creare poesia tanto in versi che in prosa, direi in qualunque forma), quello, dicevamo, più soffertamene autobiografico. Non si diventa grandi poeti nella felicità (intesa in senso comune, perché l’artista, disperato fin che si voglia, gode pur sempre una sua altissima felicità). Tutto ciò che è bene per la vita è male per la poesia. Non si nasce artisti, ma solo sensibili. Artisti ci si mantiene alimentandosi continuamente e coraggiosamente di dolore. Il cuore non palpita se racchiuso in un corpo mollemente adagiato su poltrone di lusso. La grande arte, ci si risparmino gli esempi, è frutto di disperazione, spesso di fallimento nella vita. Il compromesso è impossibile, bisogna saper scegliere: o l’arte o gli altri beni. È triste constatarlo e dirlo: i grassi conti in banca e le donne fedeli sono nemici della poesia. Così è stato di Cardarelli: la sua fortuna di poeta ha nome sfortuna (so che gli amici Quasimodo e Repaci mi approvano). Se non fosse cresciuto praticamente orfano, nomade per vocazione e necessità (era figlio illegittimo; sua madre lo abbandonò ancora bambino; suo padre – brav’uomo, ma lontano dal capirlo – lo mantenne fino all’adolescenza; quindi il ragazzo, esaltato dal richiamo della capitale, abbandonò la sua Tarquinia, dov’era nato il 1° maggio 1887) e perciò, incattivito dall’esasperazione, ribelle a ogni quiete possibile e sperata, non avrebbe creato le sue mille pagine indubbiamente durature. Egli non scrisse mai per il pubblico, che non considerava, ma per bisogno di confessarsi, per scaricare una pena – un po’ una malattia – troppo a lungo patita.

Certo, accennando alla sua vita, quante cose si dovrebbero dire! Tutte essenziali per capire l’inquadratura del suo mondo poetico. Ma si dovrebbero svuotare piaghe, umane e letterarie, ancora congiunte alla carne dei vivi. E si sa che i vivi, più che i morti, hanno bisogno di comprensione. Veniamo dunque alla sua poesia, lasciando alla giustizia del tempo il compito di riaprire e concludere la partita. Quale la sua lirica migliore? Egli mi diceva “Adolescente”, e io ne condivido il giudizio, per quanto “Estiva”, anche se un tantino intelligente, non vale gran che di meno. Lo stesso dicasi di “Liguria”: «… In quell’arida terra il sole striscia / sulle pietre come un serpe. / Il mare in certi giorni / è un giardino fiorito. / Reca messaggi il vento. / Venere torna a nascere / ai soffi del maestrale. / O chiese di Liguria, come navi / disposte a esser varate!»). Anche “Passato” («I ricordi, queste ombre troppo lunghe…», «…Dovevamo saperlo che l’amore / brucia la vita e fa volare il tempo»), lamento sincero che fa sovvertire le “Ricordanze” del recanatese, resterà. E certo si rileggeranno “Idillio” («… Ed io le dissi, accostandomi, / parole che udivo salire / dal sangue, / da tutto il mio essere, in lode / di sua bellezza…», «… Era scalza. Una scaglia / d’argilla dorata / rivestiva i suoi piedi…»), così calda di malinconica voluttà, e “Il sonno della vergine” («Nulla d’angelico era in te che dormivi / senza sogni, senz’anima, / come dorme una rosa…»). E pure “Incontro notturno” («Ah, vagabondo, gli esseri come te!…», «… la fatica vi crucciava / e l’un nell’altro odiava la sua pena / e ciascuno mordeva il suo silenzio, / e l’uomo era lungi da voi…»), per quanto troppo narrativa, sa di una partecipe tristezza, soffusa di pentimenti soffocati, di malcelate parentele vagabonde.

E ancora “Alla terra”, “Gabbiani”, “Sardegna”, “Passaggio notturno”, “Ajace” e altre liriche, vanno annoverate fra le cose letterarie più valide del primo mezzo secolo. Ma il capolavoro cardarelliano, la lirica più latina, più nostra insomma, la migliore di tutti i tempi nel suo tema preciso, è e resterà per molto tempo “Adolescente”:

Su te, vergine adolescente,
sta come un’ombra sacra.
Nulla è più misterioso
e adorabile e proprio
della tua carne spogliata.
Ma ti recludi nell’attenta veste
e abiti lontano
con la tua grazia
dove non sai chi ti raggiungerà.
Certo non io. Se ti veggo passare
a tanta regale distanza,
con la chioma sciolta
e tutta la persona astata,
la vertigine mi si porta via.
Sei l’imporosa e liscia creatura
cui preme nel suo respiro
l’oscuro gaudio della carne che appena
sopporta la sua pienezza.
Nel sangue, che ha diffusioni
di fiamma sulla tua faccia,
il cosmo fa le sue risa
come nell’occhio nero della rondine.
La tua pupilla è bruciata
dal sole che dentro vi sta.
La tua bocca è serrata.
Non sanno le mani tue bianche
il sudore umiliante dei contatti.
E penso come il tuo corpo
difficoltoso e vago
fa disperare l’amore
nel cuor dell’uomo!

Pure qualcuno ti disfiorerà,
bocca di sorgiva.
Qualcuno che non lo saprà,
un pescatore di spugne,
avrà questa perla rara.
Gli sarà grazia e fortuna
il non averti cercata
e non sapere chi sei
e non poterti godere
con la sottile coscienza
che offende il geloso Iddio.
Oh sì, l’animale sarà
abbastanza ignaro
per non morire prima di toccarti.
E tutto è così.
Tu anche non sai chi sei.
E prendere ti lascerai,
ma per vedere come il gioco è fatto,
per ridere un poco insieme.
Come fiamma si perde nella luce,
al tocco della realtà
i misteri che tu prometti
si disciolgono in nulla.
Inconsumata passerà
tanta gioia!
Tu ti darai, tu ti perderai,
per il capriccio che non indovina
mai, col primo che ti piacerà.
Ama il tempo lo scherzo
che lo seconda,
non il cauto volere che indugia.
Così la fanciullezza
fa ruzzolare il mondo
e il saggio non è che un fanciullo
che si duole di essere cresciuto.

«…Pure qualcuno ti disfiorerà, / bocca di sorgiva…» Cercate, rovistate, scartabellate dove vi pare e non troverete, che parli del fiorire e sfiorire di una fanciulla, altra immagine ugualmente delicata. “Pure”… nonostante il tesoro che vali; “bocca di sorgiva”, cioè effervescente, bianca, immacolata, fresca, dissetante e mille cose ancora. Il tutto in una sintesi meravigliosa («la mia lirica non suppone che sintesi»). È la gemma, il punto dominante. E quanta tenerezza e insieme desiderio rivela, quasi timidamente. E che preparazione psicologica la precede. «Su te, vergine adolescente, / sta come un’ombra sacra…». È una premessa intimamente religiosa, che si spiegherà più innanzi. E poi: «…Sei l’imporosa e liscia creatura…». Ora l’azione centrale ha inizio con un crescendo conturbante: «… cui preme nel suo respiro / l’oscuro gaudio della carne che appena / sopporta la sua pienezza. / Nel sangue, che ha diffusioni / di fiamma sulla tua faccia, / il cosmo fa le sue risa / come nell’occhio nero della rondine. / La tua pupilla è bruciata / dal sole che dentro vi sta. / La tua bocca è serrata…». E, in crescendo, prosegue fino al colmo del pathos; poi, dopo una breve sospensione, indispensabile per il maturarsi dell’atmosfera, improvvisamente prorompe: «Pure qualcuno ti disfiorerà, / bocca di sorgiva…»; quindi, dopo un accorato sgomento: «…un pescatore di spugne, / avrà questa perla rara…», dove la parola è colore, e come seta, ed è commista a un senso di golosità, di nascosta partecipazione. Ma ecco inattesa la sentenza: «… Oh, sì, l’animale sarà / abbastanza ignaro / per non morire prima di toccarti…». E, come in conseguenza di così rovinosa incoscienza, «… inconsumata passerà / tanta gioia!…». Finché si giunge al compimento, solo apparentemente ambiguo, giacché la verità vuole i suoi due volti, l’ideale e il reale, ciò che si vorrebbe che fosse e ciò che purtroppo è. «… Così la fanciullezza / fa ruzzolare il mondo…». E subito si corregge, lasciando insoluto (per forza) il problema: «… e il saggio non è che un fanciullo / che si duole di essere cresciuto». Sono parole che non periranno, perché dettate da un cuore legittimamente inseritosi nello stupendo cammino della lirica italiana, e scaturite da un’anima che ha degnamente raccolto la tremenda eredità tassiana e leopardiana, in una terra da secoli indaffarata ad erigere monumenti ai morti che tormenta da vivi.

Francesco Boneschi

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