Processi celebri nella Roma dell’Ottocento (II): il delitto Fadda, di Willy Pocino

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Era bella e nel fiore della gioventù, Raffaella Saraceni, quando nel 1875, nella natìa Cassano di Calabria, sposò Giovanni Fadda, un uomo di origine sarda, buono, mite, riservato, ma non bello, non alto, non molto giovane. In compenso poteva vantare un posto di lavoro importante, uno stipendio fisso e una sicura prospettiva di carriera, essendosi comportato da eroe nella battaglia di San Martino, alla quale aveva partecipato con il suo 32° reggimento fanteria, durante la seconda guerra d’Indipendenza del 1859, meritando una medaglia e la promozione a capitano. Un buon partito, insomma, e un matrimonio forse combinato non sulla corrispondenza d’amorosi sensi ma su basi di convenienza pratica, come all’epoca era (e forse ancora è) purtroppo in uso nei piccoli centri non solo del mezzogiorno.

La coppia si trasferisce subito a Roma e va ad abitare in un piccolo appartamento di via dei Carbonari, una stradina del quartiere Alessandrino interamente scomparso negli anni Trenta, durante i lavori per l’apertura di via dell’Impero, l’odierna via dei Fori Imperiali. Il tempo trascorre e il matrimonio non viene consumato. Inutile la buona volontà, inutili i ripetuti tentativi. Qualcosa non funziona. E la dolce fanciulla dal sangue caliente, tipico della gente del sud, si rende conto della situazione e ne è sconvolta. Soprattutto quando viene a scoprire che causa del grave inconveniente è stata una ferita riportata in guerra. Una ferita che ha in sostanza ridotto in misura notevole le capacità virili del povero capitano; capacità purtroppo destinate a diminuire gradualmente – come si è infatti verificato – fino al punto di non poter adempiere agli oblighi coniugali. Evenienza, questa, in buona fede e in buona parte sottovalutata dal diretto interessato, convinto che una donna giovane e bella sarebbe stata in grado di operare il miracolo. Un miracolo impossibile, se quasi un anno dopo il matrimonio Raffaella risulta ancora vergine. Condizione che la rende afflitta e sconsolata. E la bella calabrese, appena venticinquenne, si arrovella il cervello per uscire dall’afflizione e trovare il modo di consolarsi.

Decide, quindi, di trascorrere un breve periodo di riflessione al paesino d’origine, Cassano Jonio, in provincia di Cosenza, forse con lo scopo di chiedere consigli a parenti e amici. Anche perché la sua condizione di vergine rischia di restare tale vita natural durante! E Raffaella, bellissima, calda, vogliosa, non ha alcuna intenzione di correre un rischio del genere. Tanto è vero che a Cassano, lontana dal marito, ella salta presto da un letto all’altro senza andare troppo per il sottile. I ritorni al paese diventano sempre più frequenti e sempre più si intensificano gli incontri galanti, con il conseguente, inevitabile mormorio della gente che, pur conoscendo la triste vicenda coniugale, non condivide l’atteggiamento sfrenato e spregiudicato della giovane e sfortunata conterranea. Una povera donna assatanata, forse ai confini con la ninfomania, i cui amanti appartengono alle categorie sociali più disparate. Ella, infatti, passa dalle braccia del contadino a quelle del farmacista, del parrucchiere, del veterinario, del maniscalco, per finire in quelle di un robusto cavallerizzo, Pietro Cardinali, dotato di forme atletiche e proprietario di un circo che ha piantato le tende alle porte del paese. Il fusto circense riesce a rendere per la prima volta sessualmente appagata la focosa calabresella. Ed ella collabora in maniera stupenda, sì da rendere pienamente soddisfatto anche lui. E finiscono col prendere una sonora sbandata. Sono, infatti, ambedue ubriachi d’amore, ambedue soggiogati da una torbida relazione passionale che ha come fondamento essenziale il sesso sfrenato, da cui si lasciano felicemente travolgere. E parlano di convivenza, addirittura di matrimonio. Per giungere a tanto c’è però un ostacolo da superare, anzi da eliminare.

L’ostacolo si chiama Giovanni Fadda, che vive a Roma, solo, in un piccolo appartamento al rione Monti. A Raffaella non mancano argomenti convincenti, e trova il modo di esortare l’amante a recarsi nella capitale e a far fuori il marito per poter continuare a vivere tranquillamente il loro sogno d’amore e di sesso in assoluta libertà. Pietro non se lo fa ripetere due volte. E il 6 ottobre 1877, accompagnato da un addetto alle pulizie del suo circo, tale Giuseppe De Luca, utile in caso di necessità, parte per Roma. Il giorno successivo si reca di buon mattino presso l’abitazione del “rivale” e bussa alla porta dell’appartamento occupato dal Fadda con la scusa di consegnare una lettera da parte della consorte. L’ingenuo e sfortunato capitano cade nel tranello e accoglie in casa l’uomo che lo colpisce con ben 26 pugnalate. Ma il vigoroso militare ha la forza di rincorrere il suo assassino fin sulla strada, indicandolo ai passanti che lo fanno arrestare. Viene imprigionato anche il complice, rimasto in attesa davanti al portone d’ingresso dell’edificio. Subito dopo il capitano muore in seguito ad emorragia prodotta da una delle pugnalate, che gli ha reciso l’arteria femorale. Il cavallerizzo dichiara subito di essere stato istigato all’assassinio dalla signora Raffaella. E anche lei finisce in prigione.

Due anni dopo, nel 1879, presso il Tribunale dei Filippini alla Chiesa Nuova, inizia il processo che richiama la curiosità morbosa di un pubblico numeroso, specialmente femminile. Tra gli imputati manca Giuseppe De Luca, complice dell’assassino, morto in carcere per un male incurabile. L’interesse di tutti i convenuti si concentra subito non sul gigantesco e insignificante Pietro Cardinali, autore materiale del delitto, ma sulla esile, dolce ed elegante figura della bionda Raffaella Saraceni, che nel processo recita bene la sua parte di vittima, confermando con un fil di voce la sua estraneità al delitto e negando di essere stata l’amante dell’imputato. Si dilunga poi, in maniera imprevedibile, su certi particolari rapporti con il marito, alcuni dei quali piuttosto piccanti. E il presidente della Corte, che non ha ritenuto di far svolgere il dibattimento a porte chiuse, in una delle udienze più scabrose crede opportuno di rivolgere alle donne presenti in aula l’invito ad uscire: “Le signore per bene possono allontanarsi”. Ebbene, i cronisti dell’epoca riferiscono che nessuna di esse si mosse dal proprio posto. Il processo per la bella Saraceni era inizialmente solo indiziario, perché, a parte le sue frequenti infedeltà coniugali e i rapporti sempre più tesi con il marito, non risultava in alcun modo e quindi non vi era certezza alcuna che ella avesse armato la mano dell’assassino. Inoltre un testimone d’accusa, chiamato in causa da una certa Rosina che ne era stata l’amante e dal quale aveva ricevuto in proposito una importante confidenza, non si era mai presentato in Tribunale. E il grande avvocato Enrico Pessina, difensore della bionda Raffaella, aveva facile gioco e fiutava aria di vittoria. Ma, mentre il processo è alle battute finali, il testimone invocato e temuto, e soprattutto determinante per la soluzione del caso, si presenta per fare la sua deposizione. Piccolo, timido, impacciato e piangente, dice di chiamarsi Carluccio Bertone, di essere il clown del circo equestre di Pietro Cardinali e di essere stato chiamato a Cassano, in casa di Raffaella Saraceni, la quale gli aveva promesso 100 scudi se fosse andato a Roma a uccidere un capitano. Ma egli, pur avendo accettato sette piastre d’anticipo, il giorno successivo aveva rifiutato l’incarico e restituito il denaro.

Il Cardinali, ritenuto colpevole di assassinio premeditato, fu condannato alla pena di morte; alla Saraceni, considerata responsabile d’istigazione all’assassinio, vennero inflitti trent’anni di lavori forzati. La pena capitale per l’assassino fu in seguito commutata in quella dei lavori forzati e di lui non si ebbero più notizie; mentre la Saraceni, dopo aver scontato dieci anni di reclusione con esemplare dignità e rassegnazione, e dopo aver costantemente ed efficacemente collaborato con il personale del carcere, convinta di poter espiare anche in tal modo le proprie colpe, beneficiò di un provvedimento di grazia e nel 1889, tornata in libertà, continuò a dedicarsi ad opere socialmente utili.

Willy Pocino

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