Pascoli e i simboli della poesia, di Giorgio Bàrberi Squarotti (I)

PASCOLI
Giovanni Pascoli visto da Franco Zampetti

da “Pascoli, la bicicletta e il libro” (EdiLet, 2012)

Per una prima sequenza di rappresentazioni allegoriche del rapporto fra il poeta e la società e la storia, il Pascoli raccoglie testi scritti i primi due nel 1887 e i secondi due nel 1892-1893 sotto il titolo complessivo “Le pene del Poeta”; e vale la pena di precisarne ulteriormente il significato e le forme, non senza ricordare che, fino ancora ai Poemi italici, insistente pur nelle molte variazioni è l’identificazione di aspetti della natura (alberi, fiori, uccelli, ecc.) e di situazioni ed eventi e personaggi anche illustri (Paolo Uccello, per esempio) nella sorte del poeta, di sé poeta, vittima dolorosa e sprezzata o, almeno, poco considerata da chi, invece, bada soltanto al guadagno, ai vantaggi concreti, là dove la poesia, anche quella che sembra parlare di minimi argomenti (di myricae, appunto), rappresenta, ma per antifrasi, il vero e il bene, e il lettore deve capire l’allegoricità delle immagini, del discorso. Proprio per questo tale sezione delle Myricae ha il titolo di pene del poeta, che ha un che di pedagogico, fra una lievissima ironia e gli scatti di protesta, fino alla drammaticità, come dimostra il primo testo, “I due fuchi”: «Tu, poeta, nel torbido universo / t’affisi, tu per noi lo cogli e chiudi / in lucida parola e dolce verso: // sì ch’opera è di te ciò che l’uom sente / tra l’ombre vane, tra gli spettri nudi. / Or qual n’hai grazia tu presso la gente? // Due fuchi udii ronzare sotto un moro. / Fanno queste api quel lor miele (il primo / diceva) e niente più: beate loro! / E l’altro: E poi fa afa: troppo timo!». È un testo un poco troppo rigido, programmatico, perfino astratto, ma è quanto mai opportuno come programma della sezione intera e come punto di partenza per i successivi sviluppi del discorso e sulle riflessioni sulle ragioni e sui modi della poesia (per esempio, in Myricae, la matura ed esemplare sequenza di “Alberi e fiori”; ma “Nel parco” è del 1889, e, infatti, è il componimento più incerto, da questo punto di vista delle allegorie della poesia). La prima terzina del madrigale parte con un eccesso di concetti e di enfasi: l’universo che è detto “torbido”, cioè cupo, confuso, malato, ostile, oscuro, ed è un termine che si preciserà più in là, come si può esemplarmente rilevare in “X agosto”, del 1896, che si conclude con la sentenza più rigorosa e atroce: «quest’atomo opaco del Male». L’universo torbido si è precisato nella Terra che non è che un atomo, ma di Male, e il giudizio sul Male del mondo è irrimediabile, assoluto, e non c’è nessuna possibilità, per il poeta, di offrire una spiegazione, una ragione dell’essere, una conoscenza che illumini e conforti il carattere torbido dell’universo.

Ne “I due fuchi”, invece, il Pascoli contrappone alla condizione dell’universo torbido la sua “lucida parola” e il suo “dolce verso”. I due aggettivi valgono a spiegare e a chiarire la condizione dell’universo: di esso nulla si può davvero capire, se non interviene il poeta con la parola e con il verso. Non salva, certamente, non aiuta a esistere, ma la conoscenza è pure una conquista fondamentale (la lucida parola) e, proprio per questo, dà all’uomo confuso un conforto e una consolazione, che è anche una gioia (il verso dolce: la poesia, senza la quale non ci sarebbe altro che pena e disordine e affanno). Il poeta è in grado di cogliere perfettamente la verità dell’universo, che è oscuro e “torbido”, ed ecco allora l’arte che lo fissa nella parola, e così lo rende bello, accettabile, anzi gradevole con la musica del verso, che è l’unico riscatto possibile dalla confusa condizione dell’universo. La seconda terzina ha un’impostazione molto diversa, abbandonando l’enfasi della celebrazione del poeta: la poesia è lo strumento con cui l’uomo può comprendere se stesso, la sua anima, e, accanto, anzi insieme, il significato delle ombre vane e degli spettri nudi, cioè dei morti, che non hanno più fisionomia né sono riconoscibili e le anime sono soltanto ombre indistinguibili, privi di individualità, e non già garanzia di eternità, e i corpi si sono ridotti a scheletri “nudi”, perché spogli di nome e forma. La poesia è in grado di far comprendere agli uomini che così è l’esistenza, che il loro sentire e il loro pensare non sono vani come le immagini riflesse sulla parete della caverna platonica a cui il Pascoli qui allude, e con la morte il divenire ombre e scheletri non cancella la realtà del tempo che è loro concesso. L’ultimo verso della terzina ritorna a essere, invece, programmatico e anzi oratorio, con l’interrogazione che non è affatto retorica, ma non per questo appare meno esagerata e un poco lacrimosa: «Or qual n’ha grazia tu presso la gente?». La “gente” è quella comune, che guarda soltanto ai propri vantaggi concreti, alla propria sussiegosità, alla propria vanità. È un concetto che il Pascoli ripete tanto spesso, e ha ne “La piccozza” e in “Andrée” la più netta esemplificazione, per autobiografia nel primo testo e per trasposizione di sé nella vicenda dell’ingegnere svedese che giunge al Polo e conquista la cima del mondo, come il monte che il Pascoli con la sua piccozza ha raggiunto. La domanda, ne “I due fuchi”, è, al tempo stesso, in litote e in eccesso di protesta e di lamento. Il discorso sulla poesia e sul valore e sul significato che ha è molto più efficacemente esposto nell’allegoria della quartina del madrigale. I fuchi sono (ed è un emblema perfino troppo facile) gli uomini che non sopportano la poesia, non la comprendono, ne trovano inutile la presenza e tale giudicano il poeta: come sono, appunto, i maschi delle api che sono soltanto capaci di fecondare (ma uno solo, e la loro presenza è in qualche modo uno spreco, tutti gli altri sono destinati a morire molto in fretta, e anche il solo fortunato, dopo la fecondazione, ugualmente morirà) la regina. I due fuchi conversano pieni di superbia e di disprezzo per le api, che producono il miele, cioè per i poeti che offrono il dolce (il vero e il bene) della vita: e non capiscono che sono nulla, nascita, copula e morte. Il “moro” è l’albero simbolico che il Pascoli cita, poi, ne I canti di Castelvecchio, in un altro componimento allegorico del poeta, “Il fringuello cieco”: «Finch… finché nel cielo volai, / finch… finch’ebbi il nido sul moro». Sul gelso c’è il nido del fringuello cieco, che canta, anzi, che sa soltanto cantare, a malgrado del fatto d’essere cieco, come, del resto, sono tutti gli aedi dell’origine della poesia, e Omero per primo. Il fringuello-poeta aveva il nido, e ne è stato cacciato. Il moro è l’albero che difende il nido e offre al fringuello anche i frutti dolcissimi, così come dolce è la poesia. I fuchi stanno sotto il moro: non vedono il nido del poeta e neppure alzano la testa per poter scoprire le more dell’albero, che sono il simbolo della dolcezza del frutto della scrittura poetica. Ma il moro è già presente in “Arano”, del 1886-1887, ugualmente citato come emblema del riparo del passero, che è un altro simbolo del poeta, ed è, infatti, accompagnato dall’aggettivo “saputo”, colui che sa, che conosce il mondo, ed è in grado di darne poi notizia dall’alto, offrendo il senso delle cose, delle azioni dell’uomo, delle vicende delle stagioni dell’esistenza: «Il passero saputo in cor già gode, / e il tutto spia dai rami irti del moro». Qui il gelso è ormai sfrondato di fronde e di more, poiché siamo in autunno, ed è tuttavia la pianta che si addice all’uccello-poeta che offre il dolce della parola e del verso.

I fuchi personificati sono riferibili agli uomini che non producono nulla di buono, di fondamentale, di vero, eppure disprezzano la poesia: la dolcezza, il miele della poesia. Le api sono, a questo punto, quelle del quarto libro delle Georgiche: le api che lavorano non per sé ma per gli uomini e loro offrono la suprema dolcezza del miele, che nella trasposizione pascoliana è il simbolo della poesia. Le api sono la figura dei poeti, che producono, appunto, la dolcezza e la verità della poesia. Non fanno altro che il miele (come commenta uno dei due fuchi), ma è la dolcezza suprema, il valore assoluto del mondo, e gli uomini che non capiscono nulla perché inerti e vani disprezzano i poeti e il miele di poesia che creano, e non sanno che ben presto saranno travolti nella morte senza lasciare nessun segno di sé. Beati i poeti, che non fanno altro che cantare: e se ne ricorderà più in là d’Annunzio, nel canto della Sirenetta alla conclusione de “La Gioconda”. Chi soltanto canta e di questo si accontenta e non ha ambizioni di guadagno, di successo, di trionfi mondani non è colpito dalle disgrazie e dalle pene e dalla morte, perché la poesia dura eterna. Ugualmente stolto è l’altro commento del secondo fuco: esso non sa produrre il miele, cioè nessuna verità e bellezza e conforto del cuore, ma giudica negativamente il miele stesso, che, secondo lui, con la sua dolcezza, dà la nausea e soffoca, e, per di più, troppo è il timo che le api hanno usato. Soltanto gli ignoranti della poesia (della verità e del conforto che salvano dalla scomparsa nell’insignificanza e nel nulla gli uomini) la giudicano sprezzantemente, ma perché sono inetti a capire com’è il mondo e la loro stessa esistenza.

Giorgio Bàrberi Squarotti

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