EdiLet in pillole: 3 brani da “Ultimo banco” (2010), di Federica Bellinati e Palmira De Angelis

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Dal racconto “Compito in classe”, di Palmira De Angelis

Alla fine aveva scelto di fare l’insegnante. Nessuno e niente l’avevano obbligata. Le mancava poco per essere confermata in ruolo all’università e ce l’avrebbe fatta senza problemi. Un giorno, però, una scuola l’aveva chiamata per una supplenza e lei aveva accettato, ora nemmeno ricordava perché. Dalla scuola non era uscita più, come da una malattia cronica, o come dalla salute ritrovata. Che cosa l’aveva spinta a restare? Non l’istinto materno frustrato, perché allora non sapeva che non avrebbe avuto figli. E certamente non la prospettiva di vacanze più lunghe, di più tempo libero. Era proprio l’insegnamento che l’aveva attratta, la trasmissione del sapere a menti così giovani che, anche quando opponevano la più feroce chiusura, non potevano non restare impressionate. Sì, l’affascinava l’idea di esercitare una forte influenza sui suoi ragazzi. Insegnava che la letteratura è vita, e con lo stesso piglio spavaldo con cui si rivolgevano a lei, i suoi studenti affrontavano i testi, senza pudori, senza timori, con la tranquilla sicurezza di chi è abituato a muoversi fra persone di rango. Una folla di personaggi si accalcava in classe, Achille, Francesca, Angelica: compagni di scuola; le trame: mille possibili vite.

Dal racconto “Il reduce”, di Federica Bellinati

Sono un reduce, un sopravvissuto alla maturità del luglio 1981. Non so dove siano ora i miei compagni. Ci siamo salutati, per sempre, alla fine del liceo. Eravamo nella sezione B. Liceo classico statale Gaio Lucilio. Cinque anni che porto nel cuore. I primi due, quelli del ginnasio, furono davvero speciali. Quando finirono si realizzò il nostro desiderio più grande: affrancarci dallo sguardo della professoressa di lettere Annangela Seracchi. La conoscemmo subito, il primo giorno di scuola. Era seduta dietro alla cattedra, come fosse lì ad aspettarci da sempre. Capelli biondi, a caschetto, occhi azzurri rapaci. Diciotto ore a settimana, con i suoi libri ingialliti. Neppure mia madre vedevo così tanto in quegli anni. – Buongiorno ragazzi, potete sedervi!, diceva appena entrava in classe, e appendeva il suo cappotto di cammello al gancio dietro la lavagna. Noi rispondevamo buongiorno all’unisono e ci sedevamo in silenzio. Ventidue animali in gabbia, questo eravamo, dieci maschi e dodici femmine. Non ricordo tutti i nomi, ma posso dire che quelle dodici compagne allenavano la nostra immaginazione. A fatica potevamo cogliere una qualsiasi forma di corpo sotto gonne troppo larghe e lunghe per i nostri desideri. Frusciavano nei corridoi in gruppo senza degnarci di uno sguardo prese com’erano dai liceali più grandi. – Sarete la classe dirigente del futuro, non semplici braccia da lavoro, tuonava la Seracchi dalla cattedra – è un grande onore, ricordatelo, ma anche una grande responsabilità. La sua fiducia era riposta in un branco di adolescenti acneici e insoddisfatti, dediti all’esercizio della fantasticheria più che allo studio. Le sue occhiate fulminee e gelide ci gettavano quotidianamente nell’angoscia, ma non potrei attribuire a lei la responsabilità intera del nostro smarrimento di allora. Le pallottole sparse per le strade di Roma in quegli anni fecero il resto. San Lorenzo, il mio quartiere, si trasformò nella seconda metà degli anni ’70 in un campo di battaglia. I ragazzi dell’Autonomia e i poliziotti di via Castro Pretorio si contrapponevano in una lotta di strada. Noi studenti del Gaio Lucilio eravamo per lo più semplici spettatori, e gli abitanti del quartiere non sembrarono mai troppo scossi: del resto avevano vissuto vicende più tragiche e luttuose, e non si spaventavano per quelle che mia nonna chiamava strombazzate di strada. – Vedrai, Enrico, il mondo va così, mi diceva – i poveracci resteranno poveracci e i ricchi lo saranno sempre. Aveva ancora negli occhi la lotta partigiana, i rastrellamenti dei Tedeschi e l’arrivo degli Americani lungo la via Tiburtina. Non capiva perché, per fare la rivoluzione, dovevamo vestirci con giacche strappate e pantaloni logori.

Dal racconto “L’odore”, di Federica Bellinati

La signorina Stoppani sapeva di borotalco. Una forte nota di vaniglia rendeva ancora più intenso il suo odore. Non usava un prodotto costoso: il profumo della sua pelle si fondeva con quello di un anonimo sapone da banco comperato al supermercato sotto casa. L’odore si avvertiva maggiormente d’estate, quando il sudore amplificava la nota di vaniglia, e allora la signorina Stoppani sapeva di giglio un po’ appassito; diventava più leggero d’inverno, soffocato dai vestiti pesanti. Ne annunciava l’arrivo ancor prima che apparisse e ne testimoniava la presenza anche quando era ormai andata via. Questa caratteristica la rendeva immediatamente individuabile anche all’interno di un folto gruppo di persone. Così era fra i trentotto insegnanti e i duecentottanta studenti del liceo linguistico “Margherita di Savoia” di Catania. Esile, lunghe mani affusolate e nervose, movenze eleganti, la signorina Stoppani aveva occhi grigi striati da pagliuzze dorate, come quelli dei gatti. Alcune ciocche di capelli le ricadevano sulle guance e sul collo. Era una donna ancora da perlustrare, dicevano i suoi colleghi con malignità maschile, e proprio il suo odore li stuzzicava più di ogni altra cosa. Pensavano che quello sciauro fosse l’effetto di lunghi bagni e di una sapiente mescolanza di essenze penetrate in ogni parte del corpo. La Stoppani per molti di loro significava un ricorrente viaggio mentale: associavano nelle loro fantasie quel forte odore a una pelle setosa, liscia, morbida al tatto. Era un esempio di donna che va prima fiutata e poi conosciuta. Ma lei e il suo odore si trasformarono improvvisamente in un incubo. I colleghi cominciarono a guardarla stranamente fin dal primo episodio di delazione avvenuto nella scuola. Da qualche mese, infatti, comparivano in presidenza, sparsi un po’ ovunque, alcuni foglietti dattiloscritti: poche parole che mettevano a nudo i piccoli e i grandi difetti degli insegnanti del “Margherita di Savoia”. Ancor più inquietante era il fatto che le denunce toccassero esclusivamente vizi e misfatti dei professori di sesso maschile. Quei foglietti avevano un particolare profumo: inconfondibile e di provenienza certa. Lo sciauro parlava chiaro: la Stoppani era una bottana continentale che approfittava del suo fascino per sparlare e creare discredito all’interno dell’istituto per chissà quali fini. I foglietti non potevano avere altra provenienza. Bastava annusarli per ricollegarli a lei. Perché lo faceva? Vecchi pruriti da zitella? Ambizioni di un’algida calcolatrice assetata di carriera? Odio per i maschi siciliani? Le ipotesi divennero presto fantasie maniacali e persecutorie, dalle più indulgenti – è una poveretta che cerca di mettersi in luce con questi mezzucci – alle più ardite – le vecchie teorie di Freud sull’invidia del pene sarebbero da rispolverare – diceva sprezzante Zàvala. La Stoppani era guardata a vista mentre scivolava lungo i corridoi. In un primo momento pensò di essere al centro dell’attenzione per i soliti motivi che rendono le donne appetibili agli occhi degli uomini: perfino i colleghi attempati non facevano che guardarla dal primo giorno di scuola. Ma capì presto che dietro quelle occhiate si celavano pensieri oscuri.

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