EdiLet in pillole: 3 brani da “Miniere cardiache” (2015), di Roberto Pallocca

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Lui la penetra da dietro. La possiede a colpi violenti e regolari e lei si lascia possedere. Lui le bacia le spalle, il collo, e di tanto in tanto le cerca la lingua con la lingua. In balìa del piacere Linda riesce a dimenticare tutto il dolore.
Simone perde presto il controllo di sé. La gira, la afferra per le cosce, la solleva e continua a incunearsi forsennatamente in lei, come fosse una gara. Linda chiude gli occhi e quasi non percepisce il mondo, quell’acqua calda, quell’angolo di casa strapieno d’amore. Poi manca dal piacere, scende da quella presa, torna tra le sue gambe e attende con pazienza il frutto dell’amore. Mentre Simone si lascia andare e sente dalle viscere esplodere ogni millimetro del suo corpo, Linda apre gli occhi per vederlo godere, e scorge con la coda dell’occhio un capello biondo attaccato al suo sedere, che fa capolino da sotto il pube. Con gli spasmi dell’orgasmo, quel capello si distacca dalle natiche e cade sul fondo bianco della doccia, lei guarda quel capello sotto il getto d’acqua incessante, imprigionarsi in un vortice d’acqua, impigliarsi qualche istante nella griglia di acciaio, e finire nello scarico.
Lui afferra gli accappatoi e gliene porge uno, lei se lo passa con cura su corpo e capelli, all’improvviso vorrebbe sparire. Si rivestono con calma. Lui prende un po’ di fiato e le racconta che si è trattato di una serata tranquilla, che la sua ex-moglie è stata cordiale e che alla fine di un aperitivo un po’ più lungo del previsto, ha finalmente firmato la pratica di divorzio. Lo ha “scarcerato”, così dice. Finalmente sono liberi di vivere la loro storia a pieno. Poi le prende le mani, la bacia sulle labbra, e va di là ad aspettarla a letto mentre lei si asciuga i capelli ancora umidi, nerissimi.
Il rumore di quel phon la tranquillizza. Finché rimarrà acceso, potrà restare a una distanza ragionevole. Cosa vuoi che sia un capello biondo ingurgitato dallo scarico della doccia? Cosa vuoi che sia se Simone è appena tornato da una cena con la sua ex-moglie biondissima? Linda non pensa ad altro fino a quando tira giù il bottone che spegne il phon. Il silenzio improvviso le provoca dolore alla testa. Raggiunge Simone in camera e lo trova su un fianco, a dormire. Pensa a quanto sia stata sciocca. Non è stato facile nemmeno per lui, quell’incontro l’ha sfinito. Quel confronto col suo passato l’ha spossato, e ora riposa qui, accanto a lei.
Così Linda s’infila nel letto con dolcezza. Cerca di gestire le paure. Il cuore rimbalza nel petto come una palla matta, le dita si sfregano nervosamente tra loro. Vorrebbe svegliarlo, fargli la domanda che la assilla, ma dopo un amore così le sembra di sciupare tutto. In fondo la sua ex-moglie ha firmato, no?
Linda pensa che l’amore spesso diventa un gioco al silenzio. Eccolo il non senso. Chiaro. E non appaga. Così decide di svegliarlo, ma Simone spalanca gli occhi, dice: «Ti devo parlare.»

(…)

Domani mi sposo. Non dovrei essere sveglio a quest’ora, lo so. Il fatto è che non riesco a dormire. La mia non è banale emozione. Non è quello.
Il fatto è che questa è l’ultima notte che dormo da solo. Certo, capiterà un viaggio di lavoro, o un litigio, o quella volta che Lucia si addormenterà sul divano davanti a un film. Capiterà che non avrò sonno e scriverò fino al mattino, o Lucia farà il turno di sera e rientrerà a notte fonda. Ma non è lo stesso. È un’altra cosa. È l’eccezione.
Io non lo so se voglio condividere con lei il mio sonno inquieto. La mia agitata malinconia. I sogni che talvolta escono fuori dai sogni, e cominciano a ballare sopra il letto, a fare confusione, a giocare a quel gioco tiepido che è tenersi addosso le sensazioni che hanno un nome, e dimenticare le altre. Io non so mai niente. Adesso, ad esempio, non so neppure se voglio alzarmi a bere qualcosa di caldo o stare qui ad aspettare che si calmino i battiti del mio cuore impazzito.
Non so mai niente, maledizione.
La questione è che io la notte mi sento come adesso. Non ho spazio per altre persone, nemmeno per lei. La notte per me è questo, è l’indecisione profonda tra dormire o scrivere, accendere una luce per leggere o aspettare l’alba al buio. Io la notte non ho dormito mai. Come si spiega questa cosa a qualcuno?

(…)

Avrebbe voluto saperlo fare, tornare indietro e intercettare il futuro prima che diventasse futuro, e accadesse. Ripercorrere a ritroso i momenti culminanti della sua vita, quelli che lui chiamava momenti performanti, perché in grado di dare forma, spazio, direzione a ciò che ancora doveva avvenire. Quei momenti che tutti chiamavano bivi e lui mai. Perché il bivio gli era sempre sembrato qualcosa di riduttivo, con un numero finito di scelte, e non un girotondo in cui potersi fermare quando si vuole e cominciare a camminare.
E insomma non seppe che dire. Rimase zitto come un pesce, mentre il mondo e quel parco giochi zeppo di vita, continuavano la loro esistenza quieta intorno a lui. Frugò il cuore e il cervello, dove riponeva tutte le parole che aveva letto, ascoltato, imparato. Camminò con cura nella sua memoria, alla ricerca di un aggettivo, di un nome, di un avverbio da pronunciare in quel momento, con lei accanto. Avrebbe voluto anche soltanto sorriderle, o semplicemente sospirare, morsicare qualche mezza sillaba e far sì che da essa riprendere ad esistere fosse naturale. Avrebbe voluto voltarsi verso di lei e chiederle perdono, perché il perdono è l’unica soglia da cui passa il sentimento appannato, l’unica soglia che porta in stanze nuove da abitare insieme.
Senza perdono ci si perde. E loro, lì seduti, si stavano perdendo.

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